Data: 08/06/2007
Testata giornalistica: Il Centro
Pensioni, l'Italia boccia il rapporto Ocse. «Gli accordi del '95 cominceranno ad avere effetto solo dal 2017» Epifani: «Un resoconto molto strabico»

ROMA. L'Italia non ha firmato. Per la prima volta, almeno negli ultimi venti anni, il governo italiano ha rispedito al mittente le sollecitazioni che l'Ocse, nel suo ultimo rapporto sulle pensioni, ha avanzato. Si legge nel rapporto: «Le riforme del 1995 in Italia inizieranno a fare effetto solo sulle persone che andranno in pensione a partire dal 2017».
Da quando cioè i giovani che hanno il sistema contributivo non raggiungeranno l'età della pensione. Secondo l'organizzazione parigina, poi, i lavoratori dei paesi industriali dovranno risparmiare di più in considerazione del fatto che in futuro la loro pensione sarà più bassa del 22 per cento, mentre nel caso specifico dell'Italia, l'alleggerimento sarà compreso in una forchetta tra il 15 e il 25 per cento.
Nella prefazione del rapporto, gli esperti Ocse scrivono che non c'è la firma del nostro Paese. Per l'Italia i dati dello studio sono «fuorvianti» perchè chiamano in causa solo i dati sull'entrata nel mondo del lavoro e della durata della vita lavorativa. Il presidente della commissione Lavoro della Camera Gianni Pagliarini (Pcdi) sintetizza bene le obiezioni italiane: «L'Ocse assume per buono il falso problema dell'innalzamento dell'età pensionabile e concentra la sua attenzione sulle risorse in uscita senza porsi il problema dell'aumento delle entrate». Il problema della riforma previdenziale è sul tavolo del governo che il 14 terrà una riunione di maggioranza e il giorno dopo vedrà i sindacati. I segretari delle Confederazioni sono già sul piede di guerra. «Quello dell'Ocse» commenta Guglielmo Epifani (Cgil) «è un rapporto molto strabico». Anche Raffaele Bonanni (Cisl) riconosce che ci può essere un problema di aumentare gradualmente l'età pensionabile ma afferma che il vero problema è quello di rivalutare le pensioni più basse. E obietta: «Noi siamo d'accordo quando l'Ocse suggerisce di monitorare e prevenire un aumento della povertà tra le classi di età più avanzate. Da noi, dopo tre riforme, non è stato risolto come garantire la rivalutazione delle pensioni attraverso una misura strutturale. Tanto è vero che le pensioni hanno perso in questi anni più del 30 per cento del potere reale».
Insomma l'Italia ha messo a verbale di avere «seri dubbi» sulla veridicità delle previsioni Ocse che accusano il nostro paese di «andare a passo di lumaca» con le riforme strutturali. Secondo l'organismo parigino (che ha avuto le lodi del presidente di Confindustria Luca di Montezemolo) le pensioni italiane sono ora pari al 67,7 per cento dell'ultimo stipendio, più di dieci punti della media europea. Inoltre, nel nostro paese ancora esiste una differenza tra l'età pensionabile delle donne (60 anni) e degli uomini (65 anni), cosa anacronistica che ci pone accanto solo al Messico, alla Polonia e alla Svizzera. Naturalmente l'opposizione si schiera contro il governo e Giulio Tremonti, ex ministro dell'Economia del governo Berlusconi, parla addirittura «di un ulteriore segno del deterioramento dell'immagine internazionale dell'Italia prodotto dal governo Prodi». Roberto Maroni autore della riforma che manda in pensione solo a 60 anni con 35 anni di contributi a partire dal primo gennaio dell'anno prossimo, ha detto: «Condivido la raccomandazione ad attuare la nostra riforma».

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