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Dai tassisti ai benzinai, dagli studenti alle casalinghe: i cento volti di una protesta senza limiti. Sulle barricate notai e commercialisti e perfino i banchieri Probabilmente inconsapevoli, ma di sicuro eroi. Della rivolta. Sono i fratelli Faranda. Abitano a Roma, una villa con giardino ai Parioli. Nel giardino, anzi sotto, decidono di costruire un garage multipiano. Però si limitano a chiedere l'autorizzazione ai lavori per un box interrato. La ottengono e non si limitano più: fanno scavare, dieci, venti, trenta metri. Le ruspe incontrano e bucano l'acquedotto Vergine. Era dal 19 avanti Cristo che stava lì, le invasioni barbariche lo avevano risparmiato e così pure la Roma papalina, unico intatto tra undici acquedotti della Roma repubblicana e imperiale. Bucano ma non dicono nulla, anzi murano la falla, un muro di cinque metri di calcestruzzo. L'acqua non passa più, non arriva più alle fontane di Roma, quella di Trevi tra le tante. Cessa il ricambio d'acqua, le fontane rischiano di andare in malora, tra un po' puzzeranno. Si cerca il perché e finalmente lo si trova nella villa dei Faranda, ma i fratelli, imprenditori a loro volta e di successo nella grande distribuzione alimentare, non fermano l'impresa da loro ingaggiata per gli scavi. Fanno scavare ancora, devono essere fermati manu militari. Non fanno ammenda, neanche verbale, "confidano" nella magistratura, preparano insomma ulteriori scavi e sbancamenti legali. Contro tutto i fratelli si sono ribellati. Contro la salute pubblica in nome della privata qualità della vita. Contro l'ambiente, l'archeologia e la storia, in nome dell'unica vera patria, casa loro. Sì, sono eroi della rivolta. Il figlio è mio e lo giudico io. Come quel genitore a Palermo che chiede 25mila euro di risarcimento e cita in giudizio la professoressa del figlio. Figliolo che impediva l'accesso al bagno maschile della scuola ad un alunno che lui riteneva gay. La professoressa l'ha punito, pubblicamente. E il papà si è ribellato. A qualunque regola, autorità e decenza. Con la sua denuncia ha chiesto ai giudici di sancire che la sua famiglia altra legge non conosce e a nessuna altra legge è sottoposta che a quella appunto della famiglia. Sì, anche lui è un eroe della rivolta. Dagli a Bartolaso. Come quei trecento che ad Ariano Irpino, poi giustificati dal sindaco locale, hanno efficacemente mimato il linciaggio di Bertolaso "messo" del governo. Prima di loro erano stati quelli di Montecorvino, ancora fresca di tv è la scena del presidente della Repubblica che deve telefonare in diretta al sindaco per ottenere una tregua di 20 giorni nella rivolta. E' infatti tutta la Campania che si rivolta, non contro le discariche abusive, tollerate a migliaia. Non contro i rifiuti ammonticchiati nelle strade. Ma contro l'idea che qualcuno possa decidere dove si smaltiscono i rifiuti. Il referendum, secondo noi. Come le brave massaie, qualcuna pure democratica e di sinistra, che esigono sia consentito a Vicenza di pronunciarsi in referendum pro o contro la base americana. Sono in rivolta contro l'idea che un governo, quale che sia, possa decidere. Devono decidere loro, non le sfiora l'idea che referendum la Costituzione esclude in questi casi e che, comunque, se referendum potesse essere, dovrebbe essere nazionale e non cittadino. Eroine della rivolta, come quelli, e sono tanti, che non vogliono treni e neanche carbone e neanche rigasificatori e men che mai centrali nucleari e neanche strade e ponti. Sono ovunque popolo in rivolta. Narrano le cronache de "La Stampa" quotidiano piemontese che in un paio di paesini della regione la rivolta ha già vinto: qua un nuovo senso di marcia è stato osteggiato e poi cancellato dagli ambulanti che hanno fatto blocco stradale, là una telecamera che immortalava eccessi di velocità è stata rimossa. Di tasca nostra. Narrano le cronache del nord-est che in rivolta sono artigiani e commercianti. Non contro il fisco, ma contro la stessa esistenza in vita del fisco. Infatti queste categorie pagano le tasse spesso secondo i cosiddetti "studi di settore". Vuol dire che il fisco propone loro un patto non obbligatorio: paga un tanto di tasse e non avrai controlli. Quel "tanto" è sempre inferiore e di molto alle aliquote che vigono per tutti gli altri, il patto proposto è un patto con lo sconto incorporato. Ma quest'anno prevedeva un aumento di circa il 6 per cento sulle tasse fin qui pagate. Possono dire di no artigiani e commercianti, il no al patto comporta la possibilità di accertamenti. Ecco, loro vogliono il libero no libero da accertamenti. Sono in rivolta, nella trincea delle loro dichiarazioni in media inferiori ai 20mila euro lordi annui e con il 50 per cento delle imprese che dichiara nessun reddito o di lavorare in perdita. Dalla Toscana giunge man forte alla rivolta: gli orafi locali dichiarano 15mila euro l'anno, i ristoratori del Lazio accorrono: 12mila euro di reddito dichiarato e sono in rivolta anche loro. Otterranno lo sconto sullo sconto. Il balzello. La rivolta dilaga e, soprattutto, paga. C'era, c'è stata per qualche settimana, una legge che impediva alle banche di farsi pagare, oltre ai debiti e agli interessi, il "massimo scoperto", cioè il fastidio. Le banche si sono ribellate e il balzello ha cambiato nome ma è rimasto. Hanno minacciato rivolta i tremila che lavorano al Pubblico registro automobilistico. Ente inutile, costoso e pure dannoso per gli automobilisti. Il governo voleva cancellarlo e nessuno dei tremila avrebbe perso il posto, sarebbero finiti alla Motorizzazione civile. Sono scesi in rivolta e il Pra è salvo, il governo ha obbedito. I taxisti si sono ribellati al trasporto pubblico collettivo e hanno vinto. I notai sono scesi in rivolta contro la legge che eliminava la loro prestazione per acquisti di case di valore inferiore ai 100mila euro. I notai hanno vinto. I commercialisti si sono ribellati ai tempi e ai modi delle dichiarazioni dei redditi, stanno vincendo. Le pompe taroccate. Eroi della rivolta sono ovunque. Ad ogni pompa di benzina, anzi ad una su tre. Tanti sono i gestori in rivolta contro la schiavitù delle colonnine vessatoriamente esatte. Come regolarmente rivelano i controlli a campione, in una pompa su tre ti danno meno benzina di quella che paghi grazie a un piccolo lavoro di ricalibratura degli impianti di erogazione. In rivolta è tutta la catena di distribuzione dell'ortofrutta. Dal produttore al consumatore il rincaro è del 300 per cento e la rivolta serpeggia e infiamma negozi e banchi ai mercati: guai a chi volesse far dimagrire il ricarico, anzi il tricarico. In rivolta i gestori degli stabilimenti balneari. Non tanto contro la legge che li obbligherebbe a far entrare senza pagare chi va a piedi in spiaggia. Di questa legge se ne fregano in amichevole combutta con le amministrazioni locali che, si sa, sono composte da uomini di mondo, soprattutto in Liguria. Politica trasversale. E' rivolta di strada, piazza, quartiere, comitato. Rivolta di pancia, cervello e cultura. Rivolta ovunque e comunque: quella incompleta appena tracciata è appena la mappa di due settimane di ordinaria rivolta italiana. Rivolta contro la politica? Mica tanto, anzi, a ben vedere, proprio no. Rifondazione comunista e Udeur, Pdci e Udc hanno fatto da sponda a taxisti, dipendenti del Pra e notai. Forza Italia e An, ma anche Margherita e Ds, hanno prestato, i primi parole e i secondi ascolto, ad artigiani e commercianti. La politica fa da sponda alla rivolta, la asseconda, la premia, se ne nutre. Rivolta contro lo Stato? Strana rivolta, perché sempre i rivoltosi esigono dallo Stato risarcimenti, finanziamenti, mance. Lo Stato è quella cosa che deve esentarmi dal fastidio di una discarica, di una linea ferroviaria, di una centrale o di una base, ma deve "non lasciarmi solo" e garantirmi la raccolta dei rifiuti, la velocità dei trasporti, l'energia e la sicurezza. Insomma, lo Stato si munge e non si abbatte. Rivolta allora contro il governo? Certo, fischi a Prodi. Ma sia chiaro che è rivolta contro ogni governo, anzi contro l'idea stessa di governo. Sociologia corrente e comunicazione politica hanno da tempo stabilito e rigorosamente osservano un linguaggio e un pensiero "politicamente corretti" secondo cui la rivolta, ogni tipo di rivolta, si esercita ai danni e in opposizione ad un "contro" che motivi e giustifichi la rivolta stessa. I veti incrociati. Anche il cosiddetto "Palazzo" è in sintonia. Non solo viene in mente ai deputati leghisti che sia una simpatica e democratica trovata occupare l'aula e i banchi del governo con cartelli con sopra scritto "Governo fuori dalle balle", si fa di più, molto di più. Si conferisce di fatto ad ogni gruppo o mini gruppo di interesse il diritto di veto rispetto ad ogni maggioranza. Così che la pattuglia detta "teodem" nel nascente Partito Democratico azzera e cancella ogni ipotesi di legge su "materie etiche". Non in Parlamento, ma già dentro il Partito Democratico. Basta la rivolta della Binetti e di testamento biologico il PD non parla più. E guai se si rivoltano i sindacati, fosse anche solo la Cgil e, dentro la Cgil, guai se si rivolta la Fiom. Non si possono licenziare, lo testimonia la Corte dei Conti, i dipendenti pubblici. Non quelli fannulloni, ma neanche quelli delinquenti. Forse Cgil, Cisl e Uil ci starebbero pure, ma i rispettivi comparti "funzione pubblica" si rivolterebbero. Si potrebbero ridurre i consiglieri regionali, comunali e provinciali, le comunità montane e i consorzi, ma questi, in incipiente rivolta, intimano al governo: comincia tu con i ministeri. Si dovrebbero ridurre le condizioni di miglior favore pensionistico ai parlamentari, ma i questori delle due Camere rinviano il "taglio" ai nuovi eletti del 2011, altrimenti, dicono, "è rivolta". In armonia con il quadro generale, i ministri si rivoltano contro i ministri. Classe dirigente? Luca Cordero di Montezemolo, presidente di Confindustria, di fronte a tanto spettacolo commenta: "Chi ama la patria non commenta". Difficile dargli torto. Un po' meno ragione gli si può riconoscere quando racconta la favola bella della cultura d'impresa sempre vittima e mai attrice della rivolta. Nei 270 miliardi di imponibile sottratto al fisco nel 2006 c'è anche l'impresa. Ma soprattutto la "cultura d'impresa" è in rivolta contro il ruolo che pure reclama di classe dirigente nazionale. Classe dirigente quella che elabora e pratica un modello d'impresa fondato quasi esclusivamente sulla compressione dei costi e sui risultati finanziari a cadenza trimestrale? In rivolta poi sono gli studenti contro gli esami, contro ogni sorta di preparazione e selezione, a dirla tutta, in rivolta contro la conoscenza. E con loro i docenti e le famiglie, tutti acquattati in un sistema della formazione che, dalla scuola all'università, prende in giro se stesso beandosi dell'accresciuto numero di laureati e diplomati e dimenticando la documentata pessima qualità dei titoli di studio conseguiti. Eppure, in tutto il paese è rivolta che vince e convince. Ribellarsi è giusto diceva uno slogan di quaranta anni fa. Giusto o no che fosse, allora ribellarsi era comunque scomodo. Allora, come in fondo è sempre stato a qualunque latitudine e longitudine della storia, rivolta era anticamera e premessa di rivoluzione, fosse anche solo dei costumi. Non tutte le rivolte erano sante ed è stato pieno di rivoluzioni sbagliate. Però ci si ribellava per cambiare. Negli ultimi anni invece l'Italia ha prodotto una sua assolutamente originale tipologia di rivolta: ci si ribella perché nulla accada, nulla si muova. Stile Glocal. E lo slogan contemporaneo è: ribellarsi conviene. Il paradosso degli "antagonisti" che esigono di raggiungere la capitale per abbattere il governo, il sistema, le multinazionali e l'imperialismo con il biglietto del treno pagato (a quando il "cestino da viaggio" e il rimborso spese a piè di lista?) illustra grottescamente una cultura che è molto "glocal". Globale, perché attraversa tutti ceti e tutta la comunità nazionale. Locale, perché è indubbiamente "made in Italy". Una rivolta con molti eroi e nessun martire. |