Data: 28/06/2007
Testata giornalistica: Il Centro
Tensioni nella maggioranza, rinviato lo scalone. La rottura della scorsa notte per il rifiuto dei sindacati di accettare gli "scalini" e le quote

Il governo ha deciso di far slittare la trattativa a dopo il varo del Dpef previsto per oggi. Bertinotti: questo è un vero banco di prova Giordano: no allo scalone

ROMA. Il nodo dello scalone pensionistico molto probabilmente stralciato e rinviato a dopo il varo del Dpef. Quindi, questa mattina, nella riunione del 'tavolo largo' tra governo e parti sociali convocata per le 9.15, l'esecutivo illustrerà il Dpef e le misure che intende prendere nel ddl sul cosiddetto 'tesoretto'. E' quanto emerso a tarda sera dai contatti in corso tra governo e sindacati. Al tavolo convocato a Palazzo Chigi il governo - secondo quanto si è appreso - si dovrebbe limitare ad illustrare il Dpef e le misure che saranno contenute nel provvedimento sul 'tesoretto' sulle quali c'è nella sostanza l'accordo, come la rivalutazione delle pensioni basse, la riforma degli ammortizzatori sociali e il rilancio della competitività.
Sullo scalone (il passaggio nel 2008 da 57 a 60 per gli anni necessari alla pensione di anzianità a fronte di 35 anni di contributi), dunque, governo e sindacati si prendono qualche giorno prima di riprendere il confronto. Quindi, la discussione potrebbe proseguire con tempi più lunghi per cercare di avvicinare le posizioni nella maggioranza e tra governo e sindacati entro i termini della presentazione della Finanziaria, quindi entro settembre.
La vertenza vera infatti è stata all'interno della maggioranza, dove Romano Prodi pensava, con eccessivo ottimismo, di mettere accordo tra i suoi alleati su una proposta unica per le pensioni. E, invece, alle 3,30 dell'altra notte i sindacati si sono alzati e se ne sono andati trovandosi di nuovo di fronte a più soluzioni per superare lo "scalone" e addirittura ad una nuova proposta sui coefficienti, i parametri stabiliti ormai dodici anni fa per rivedere al ribasso le pensioni.
Prodi ha provato anche ieri a colazione a mettere pace quando ha invitato a Palazzo Chigi Cesare Damiano, ministro del welfare, e Tommaso Padoa-Schioppa, titolare dell'economia. Soprattutto ha cercato di trovare un punto d'incontro con la sinistra radicale, che anche ieri ha fatto la voce grossa. Lo stesso Bertinotti ha detto che questo delle pensioni «è il banco di prova della capacità del governo di avere una politica in grado di ricostituire il consenso sociale». E a seguire le pressioni dei verdi e di Pdci, fino all'affondo del segretario Prc Giordano: «Adesso bisogna fare il salto di qualità e abolire lo scalone. Noi ci giochiamo una partita di credibilità della politica».
Damiano e Padoa-Schioppa hanno continuato a litigare per un paio d'ore, facendo rinviare la convocazione dei sindacati fino a sera inoltrata e poi fino a stamane, mentre dalle tre segreterie riunite d'urgenza nelle confederazioni per dare una valutazione dell'accaduto si inviavano messaggi conciliatori. Dice una nota della Cisl: «Non va sottovalutata la possibilità (che avrebbe proposto in extremis Damiano, n.d.r.) di ottenere un rinvio dell'applicazione dei coefficienti e una loro modifica. In questo quadro la soluzione necessaria al superamento dello scalone non può rappresentare un motivo di rottura del negoziato».
Il fatto è che i sindacati avevano dato il loro assenso ad una soluzione che prevedesse 58 anni al primo gennaio dell'anno prossimo, e poi a partire dal 2010 un mix tra età pensionabile e contributi che desse un totale di 95 o 97. Due notti fa, il ministro dell'Economia ha spiegato che non se ne faceva nulla perchè il marchingegno era troppo costoso e inoltre lasciava la libertà ad ognuno di andare in pensione ad una età diversa, anche se regolamentata da norme precise. Invece alla Ue fanno pressione perchè comunque, anche in una data lontana (si è parlato del 2014) si ponesse tassativamente un'età, i 62 anni come limite minimo per la pensione.
La Uil fin dall'inizio è stata la confederazione più avversa al limite d'età fissato per legge. La Cgil ha chiesto una proposta unica «che impegni tutta la maggioranza», lasciando intendere di aver capito che si trattava di fratture difficilmente sanabili.

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