Data: 15/07/2007
Testata giornalistica: Il Centro
Liberalizzazioni in mezzo al guado. Molto rimane da fare soprattutto nel settore dei servizi postali. Il confronto con gli altri Paesi dell'Ue

MILANO. E' ancora viva nel lessico della politica l'espressione "lenzuolata di liberalizzazioni". Tre parole che sono state coniate dal ministro Bersani. Ma quelle norme che cosa hanno davvero liberalizzato? Intanto hanno imposto obblighi alle imprese (per esempio installare i cartelloni in autostrada per indicare i prezzi della benzina).
Solo in pochi casi, come la libertà d'orario per barbieri e parrucchieri e la possibilità, per i supermercati, di vendere i farmaci da banco, si può parlare di vere liberalizzazioni. E allora come distinguere quelle vere da quelle false? L'Istituto Bruno Leoni di Torino ha avviato un severo studio sul livello di liberalizzazioni nel nostro Paese. Ne è venuto fuori un indice che misura il grado di avanzamento delle liberalizazioni in otto settori chiave rispetto a un indice costituito da quanto avvenuto in Europa. Ad esempio: se è opinione condivisa che in Europa la miglior liberalizzazione del mercato elettrico sia quella britannica, o che la miglior liberalizzazione del trasporto aereo sia quella irlandese, a che punto sono negli stessi campi i processi di liberalizzazione in Italia? Gli esperti dell'istituto di studi economici torinese sono arrivati a dare un voto ai processi in corso nel nostro Paese. E il voto è 52. Insomma, rispetto alle più avanzate pratiche europee di liberalizzazione, noi siamo più o meno a metà dell'opera.
In Italia solo due settori su otto raggiungono la piena sufficienza: l'elettricità e il trasporto aereo. Sono gli unici nei quali le liberalizzazioni non sono lontanissime dal benchmark: l'elettricità, che conquista la maglia rosa e si colloca al 72% rispetto al Regno Unito, e il trasporto aereo che è al 66% rispetto all'Irlanda. Altri cinque settori raggiungono o superano il 50% ma non arrivano alla sufficienza: il gas (58% rispetto al Regno Unito), il lavoro (50% sempre rispetto all'Inghilterra), il trasporto ferroviario (49% rispetto a quanto realizzato in Gran Bretagna e Svezia), le professioni intellettuali (architetti, ingegneri, avvocati e contabili il cui sistema regolatorio è liberalizzato al 46% rispetto a quello britannico). E quindi le telecomunicazioni, che sono al 40% rispetto al Regno Unito. All'ultimo posto c'è il mercato postale, che risulta il meno liberalizzato (38%) rispetto a quanto hanno fatto gli svedesi.
«Un risultato del 52% - annotano gli esperti dell'istituto Bruno Leoni - non è basso in termini assoluti, ma è troppo basso in relazione ai benefici che può produrre e che ci attendono. L'Italia ha sì imboccato la via delle liberalizzazioni, ma non è arrivata alla fine del percorso e, talvolta, si è arenata nelle fasi iniziali del processo. E non c'è nulla di peggio che restare a metà del guado perchè, in questo modo, si disorienta il mercato».
«Insomma - dicono i severi giudici dell'Istituto Leoni - l'Italia deve e può fare di più. Il problema, adesso, è di spiegarlo alle corporazioni e alle parti politiche che le sostengono, perchè quota 100 è davvero molto lontana.

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