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Nel 2006 la percentuale delle assunzioni attraverso i Centri per l'impiego era stata di poco inferiore (la crescita tendenziale ora sfiora in questi primi primi mesi del 2007 l'1,5%). Ma andiamo avanti. Il 43,1% delle aziende dichiara di assumere per «conoscenza diretta». Per fortuna, in alcuni casi, la conoscenza è maturata nel corso di uno stage o di un contratto a progetto. Il dato che più fa riflettere, però, è il 45,7% di assunti per «segnalazione di conoscenti o fornitori». Il resto, attraverso le società di lavoro interinale (8,1%) o società di selezione (5,9%) rappresenta solo le briciole. Il fenomeno rivela la disaffezione e la scarsa fiducia che le imprese hanno nel sistema istituzionale di reclutamento. Le cifre, diffuse due giorni fa da Unioncamere e dal Ministero del Lavoro, fanno parte di un'indagine basata sulle risposte di un campione di 100 mila imprese. Il modello feudale della «segnalazione» non è stato scalfito neppure da Internet. Il ricorso alla rete è scarso. Dal contatto on-line della domanda e dell'offerta scaturisce solo un 2,4% di chiamate. Eppure il Ministero del Lavoro da qualche anno ha istituito su Internet una "borsa" continua sul mercato del lavoro. Di fronte a questo quadro gli esperti di Unioncamere raccomandano ai giovani che occorre «farsi conoscere, per farsi assumere». La conoscenza, in questo caso, è quella positiva, quella che passa attraverso gli stage, i tirocini, magari i contratti di formazione-lavoro o quelli atipici. Però, se le aziende sono caute nell'attingere dalle liste del collocamento qualche ragione c'è. «Gli imprenditori temono - sostiene Giuseppe Roma, direttore generale del Censis - di incappare in un cattivo investimento che può pesare sull'azienda. I meccanismi di scambio della politica sono l'altro freno. Da sempre i posti di lavoro sono considerati "merce", c'è chi li usa per creare consenso. Ecco perché i canali informali funzionano più di altri». «In questa situazione - sottolinea Giuseppe Roma - è difficile sconfiggere la cultura della "non speranza", sempre più diffusa tra i giovani, che sventagliano curriculum ma non ricevono risposte. Perciò anche i laureati, anziché iscriversi al collocamento si aggrappano alla raccomandazioni, ai rapporti familiari, all'amico dell'amico». Morale, i Centri, ai quali è affidato un ruolo fondamentale, sono un fallimento anche se ci sono realtà in cui funzionano. «Quello che manca, ed è gravissimo, - avverte l'economista Giacomo Vaciago - è la certificazione delle abilità e delle specializzazioni. Le norme per dare garanzie sulla qualità professionale degli aspiranti ci sono, ma restano sulla carta. Qui nessuno certifica un bel niente. I Centri per l'impiego non dovrebbero limitarsi a registrare i lavoratori, dovrebbero collaborare all'attività formativa, certificare gli istituti, e soprattutto certificare le professionalità. All'estero lo fanno, perché non dovremmo farlo anche noi? In mancanza di garanzie è ovvio che le aziende cerchino altri canali. Anche gli immigrati sono stati gestiti più dalla Caritas che dal collocamento. Chi ha bisogno della badante per la vecchia mamma non bussa davvero alle porte degli uffici per l'impiego, ma si rivolge alle parrocchie o a qualche associazione». In proposito qualche eccezione c'è. A Rimini si sono inventati l'«acchiapparisorse» e lì il Centro per l'impiego certifica il personale che ha iscritto. I Centri per l'impiego ci sono e sono una ricchezza. Perché non rivitalizzarli? Perché non obbligarli a fare bene il loro mestiere? Se guardiamo oltre i confini, dicono gli analisti del mercato, ci accorgiamo che in Francia, Gran Bretagna e Germania funzionano eccome. Anche in quei Paesi c'è il delicato problema dei cinquantenni da riciclare: quando perdono il lavoro è difficile farli reinserire, ma i Centri danno una grossa mano. Da noi, invece, provate a chiedere a tanti padri di famiglia che sono tornati a mettersi in fila al collocamento quante chiamate hanno avuto. Vi risponderanno zero. Stessa situazione per i giovani. E' come se, esperti o inesperti, non ci fossero differenze. Ma torniamo ai dati dell'indagine. Al Sud si registra il picco del «canale informale»: il 52,3% delle chiamate è su «segnalazione». Si scende di poco al Centro: 49,1%, mentre Nord Ovest e Nord Est sono rispettivamente al 40,9% e al 40,3%. Il fenomeno è più marcato nelle piccole e medie aziende, in quelle che hanno fino a 50 dipendenti. Il fenomeno cala, invece, nelle aziende di grandi proporzioni. Le ragioni sono abbastanza scontate. In un piccolo team anche una sola unità "sbagliata" può far pendere la bilancia da una parte o dall'altra. Intanto i dati sulla disoccupazione giovanile sono allarmanti. Per i diplomati e i laureati la trappola è quella del sommerso. L'Ires, il Centro studi della Cgil, fa sapere che sono tre milioni i lavoratori in nero, di questi l'80% è nei servizi (i dati sono del marzo scorso). Ma c'è una realtà poco esplorata e che potrebbe affiancare i Centri. Con la riforma dell'impiego alle Università è stato affidato un importante compito: fare da agenzia del collocamento. Gli atenei privati, Bocconi, Luiss, Cattolica, per i loro rapporti con le aziende di fatto lo fanno. Gli atenei statali, invece, in perenne sofferenza per i problemi finanziari stentano a muovere i primi passi. Di solito si limitano a organizzare banche dati o master (a pagamento) per fare incontrare la domanda e l'offerta. In realtà per agevolare l'inserimento dei giovani nel mondo del lavoro c'è molto da fare. Anche per una ragione di fondo. Sia la segnalazione che il collocamento (non certificato) calpestano una cosa che rischia di sostenere solo a parole: il merito.
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