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Domani è mercoledì, dopo l'estate viene l'autunno, i cristiani credono in dio, gli uomini consumano cibo, il sole sorge e tramonta, la pace è meglio della guerra e l'agiatezza è preferibile alla povertà. Nessuna di queste affermazioni ha meritato la prima pagina di tutti i giornali e tv, mobilitato l'intera politica, capo del governo compreso, e ha indotto prelati, economisti, sindacalisti e imprenditori a schierarsi. Eppure hanno tutte la stessa valenza di novità e clamore dell'affermazione per cui in un paese civile le tasse si pagano. Sono tutte, compresa quella sulle tasse, ovvietà, sono «cane morde uomo», non notizie. In Italia invece se un uomo di chiesa dice che in un paese civile le tasse si pagano è per tutti «uomo morde cane» e tutti titolano, dichiarano, fanno mucchio e trincea. Siamo allora tutti pazzi? No, proprio no. Se sulla prima pagina del «Corriere della Sera» un autorevole pensatore cattolico scrive che preti e suore «dal fisco si difendono» e fanno bene a fare così, se lo stesso autore teorizza che l'aliquota fiscale «giusta» la stabilisce l'individuo e non la collettività sotto forma di Stato, Parlamento e governo, se la telecronaca di Mediaset del Gran Premio motociclistico racconta di Valentino Rossi presunto e probabile evasore come vittima degli «invidiosi che spiano dal buco della serratura la ricchezza», se Bossi viene preso sul serio quando se la prende con i romani, quelli antichi, Giulio Cesare, Cicerone, Augusto che «dovunque andavano portavano la schiavitù delle tasse», se Massimo Calearo, presidente di Federmeccanica, dice che lo sciopero fiscale non si fa, ma sarebbe, potrebbe essere «rimedio estremo a male estremo», allora uno che dice che le tasse si pagano è giustamente notizia clamorosa. E giustamente non merita invece una sola dichiarazione di politico, non «fa notizia» il progetto governativo di una tassa unica e forfettaria per le partite Iva con ricavi fino a 30mila euro: troppa pragmatica e arida concretezza, perfino imbarazzante sapore di utilità. Il fisco è vessazione soprattutto nelle sue procedure ed obblighi tanto ottusi quanto innumerevoli, se arriva una semplificazione, una sola tassa al posto di trenta, che notizia è? Meglio rimasticare per giorni il roboante sciopero fiscale evocato dalla Lega. Uno sciopero fiscale è in atto da decenni, senza interruzione e crumiri: mancano infatti all'appello ogni anno 300 miliardi di imponibile, ogni anno un quinto di Pil. Meglio la bandiera ed alibi delle tasse in Italia troppo alte. Ancora l'imprenditore Calearo: «A furia di caricare il mulo, il mulo crolla...c'è un'Italia che lavora e un'altra che vive su chi lavora». Di qui il profilarsi di una prima o poi inevitabile rivolta fiscale. Rivolta che, a rigore di logica, giustizia e sopportabilità, dovrebbero proclamare quelli che le tasse le pagano tutte. Non sono tutti gli italiani, sono al massimo la metà e per questo le tasse sono troppe. Ma a parlare di rivolta fiscale sono invece gli altri, quelli che, per condizione sociale e fiscale oltre che per cultura, le tasse le pagano, se le pagano, con lo sconto incorporato. Parafrasando Calearo, «c'è un'Italia che paga e un'altra che vive su chi paga». Chi non paga mette le mani nelle tasche di chi paga e poi, con il bottino tra le dita, grida «al ladro». Ci sarebbe, eccome se ci sarebbe motivo per una rivolta. Almeno contro queste grida insolenti che aggiungono al danno di pagare anche la loro parte, lo sberleffo vittimista di chi non paga. |