|
Rinaldini: su contratti a termine e staff leasing l'intesa è peggiorativa. Ma pesa soprattutto il no alla soluzione sull'eta pensionabile ROMA. Con 125 voti a favore della relazione del suo segretario Gianni Rinaldini, la Fiom-Cgil ha bocciato l'accordo sul welfare, consumando uno strappo senza precedenti con la propria confederazione di appartenenza. A favore dell'intesa invece sono andati 31 voti per il documento presentato dal segretario nazionale Fausto Durante che approvava l'accordo. Tre sono state le astensioni. Una vittoria schiacciante per Rinaldini e un applauso dal segretario nazionale Giorgio Cremaschi che milita in Rifondazione e che si è augurato di «avere tanti no dai luoghi di lavoro». Il protocollo era stato firmato dalla Cgil, dalla Cisl e dalla Uil il 23 luglio, anche se le critiche dei metalmeccanici erano già piovute nei giorni scorsi. Il «no» della Fiom pone grandi interrogativi a chi nella maggioranza aveva polemizzato con l'accordo e aveva dichiarato la propria intenzione di partecipare alla manifestazione del 20. Si sono presentati in 159 ieri mattina per il comitato centrale Fiom. Se ne aspettavano 181. Nel pomeriggio Gianni Rinaldini ha partecipato ad una riunione a Corso d'Italia con tutti gli altri segretari generali delle categorie. Ufficialmente per definire le modalità di partecipazione ai direttivi confederali di oggi, ufficiosamente per verificare la «tenuta» delle categorie sull'approvazione del protocollo firmato. Al contrario di quanto si aspettava non è stata solo la parte relativa ai giovani e alla precarietà del lavoro a non andare bene ai metalmeccanici, ma anche il sistema per superare lo «scalone» (dall'anno prossimo si andrebbe in pensione a 60 anni invece che a 57, secondo la legge approvata dal precedente governo). Dice Rinaldini: il governo si è impegnato a finanziare il superamento dello scalone con 10 miliardi di euro in dieci anni, ma 10 miliardi sono esattamente la cifra che si ottiene con l'aumento degli oneri previdenziali per i dipendenti deciso nell'ultima finanziaria e cioè lo 0,30 per cento in più. Inoltre la somma dell'età contributiva con quella anagrafica è fatta solo per nascondere l'incremento da 35 a 36 anni di contributi. Eppoi i lavori usuranti vengono definiti sulla base di criteri «che hanno un vincolo finanziario di un massimo di 5000 lavoratori all'anno». L'affondo però è sulla parte relativa alla precarietà. Nel protocollo si salva lo «staff-leasing» che in genere si traduce in appalti all'esterno di produzioni strettamente inerenti alle ragioni sociali delle fabbriche. Poi si sancisce che se il tempo determinato viene prorogato oltre i 36 mesi, le parti debbano sottoscrivere il contratto all'ufficio del lavoro davanti ad un sindacalista. In pratica «sui contratti a termine e lo staff-leasing siamo alla conferma» critica Rinaldini «e per certi versi al peggioramento della legge del governo precedente con la possibilità di proroga oltre i 36 mesi e l'assenza di causali specifiche per attivare rapporti a tempo determinato». E aggiunge: «L'eliminazione della sovracontribuzione per il lavoro straordinario costituisce un preoccupante incentivo all'aumento dell'orario, mentre la detassazione del salario aziendale totalmente variabile indebolisce la contrattazione collettiva, in particolare il contratto nazionale». Non tutto è male nel protocollo. Bene, dicono i metalmeccanici, l'incremento delle pensioni più basse, il miglioramento del sistema di rivalutazione delle pensioni, il riscatto della laurea e l'aumento dell'indennità di disoccupazione. Alla riunione dei segretari territoriali e di categorie della Cgil, Guglielmo Epifani (Cgil) ha censurato l'atteggiamento della Fiom perchè l'accordo sul welfare «è un'intesa che va valutata assumendo la logica della confederalità, logica che non ritrovo nel pronunciamento della Fiom». Epifani si è anche augurato che il processo di consultazione dei pensionati e dei lavoratori sia la più ampia possibile. Ma anche i metalmeccanici delle altre confederazioni rischiano di bocciare l'accordo. La Uilm del Piemonte ha annunciato che voterà contro se non ci saranno «chiarimenti». |