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PESCARA. Famiglia, lavoro, immigrati, nuove povertà. Pur tutto impegnato a preparare l'accoglienza al numero 2 della Santa Sede cardinale Tarcisio Bertone - il primo segretario di Stato della storia che farà visita alla città - l'arcivescovo non perde di vista i problemi concreti della gente che ogni giorno incontra e che bussa alla sua porta non solo per esigenze spirituali, ma anche materiali. Monsignor Tommaso Valentinetti invita a non fare dei 30 anni del congresso eucaristico (1977-2007) solamente una data da ricordare ma chiama alla mobilitazione i pescaresi. «C'è bisogno di testimoni della fede», dice il presule, che vuole scrivere insieme ai fedeli il nuovo piano pastorale per affrontare le sfide della Chiesa «che cammina nel mondo». Cosa vuol dire fare memoria del congresso eucaristico del 1977? «Significa non solo ricordare in senso storico, ma soprattutto riattualizzare quell'evento che segnò la vita della diocesi, in modo evidente dopo i primi anni di rinnovamento conciliare per la Chiesa. Fu un evento denso di progettazione e di idealità pastorali in vista dell'evangelizzazione. Fare memoria di tutto questo ci pone sulla stessa scia progettuale. Raccogliendo quel patrimonio dobbiamo soprattutto continuare questo cammino. Il rischio è quello di fermarsi alla storia». Nel 1977 dov'era monsignor Valentinetti? «In quell'anno, il 25 giugno, venivo ordinato sacerdote. Tuttavia nel periodo del congresso non mi trovavo in Abruzzo. Ero in Terrasanta. Non partecipai direttamente all'evento che tuttavia vissi per corrispondenza con i miei familiari e amici che stavano a Ortona. La visita di Paolo VI a Pescara fu vissuta intensamente». Cosa rappresentò, per Pescara, la visita di Montini? «Fu un grande segno di predilezione, un gesto di attenzione al moto di evangelizzazione di quei tempi. L'intuizione di monsignor Iannucci, allora arcivescovo, fu quella di dare spazio alle testimonianze dei movimenti ecclesiali che all'epoca si manifestarono pieni di entusiasmo e di vitalità nell'incarnare il messaggio evangelico. Paolo VI diede il suggello a tutto questo con la sua autorevolezza di successore di Pietro». Cos'è un congresso eucaristico? «È un momento in cui la comunità cristiana riflette su se stessa, sul principio creazionale della Chiesa e sul futuro. La Chiesa fa l'Eucarestia e l'Eucarestia fa la Chiesa. Esiste una comunità cristiana ed esiste una Chiesa quando ci si riunisce tutti intorno all'unica mensa. In questo contesto si fa la verifica di come annunciamo Cristo, come lo celebriamo nei divini misteri e come lo testimoniamo, con la vita concreta di tutti i giorni e nella carità. Intesa, quest'ultima, non solo come attenzione verso gli ultimi, i poveri, i deboli, gli ammalati, i bisognosi, ma anche come impegno sociale, nella storia e impegno a costruire la città degli uomini. È qui che la Chiesa verifica anche la sua unità e la sua comunione. Da qui si sviluppano i temi che abbiamo scelto di affrontare: Eucarestia e parola di Dio, liturgia, comunione, corresponsabilità nella vita della Chiesa e compagnia dell'uomo». Dopo 30 anni, a che punto si trova la chiesa pescarese? «Si trova di nuovo a un grande punto di partenza come fu quello di allora. Dopo 30 anni di cammino, vissuto sì con entusiasmo ma anche con piccole soste, dobbiamo reinterpretare l'itinerario. Siamo alla vigilia di un nuovo progetto pastorale che partirà dalla base, clero e laici insieme. Sarà un piano condiviso che dovrà sorgere dal basso, dalle comunità, per essere condiviso da tutti. Ripartiremo da qui per raccogliere le idee. La sintesi la farà il vescovo». Quali obiettivi si pone davanti? «Il bisogno principale che viene percepito è quello di ridire la fede, essere annunciatori del mistero di Dio che entra nella storia e che ogni uomo deve poter incontrare nella propria esistenza. Dobbiamo ridire la fede in Dio non solo con le parole, ma con la vita e la testimonianza. Penso alla santità nel quotidiano, nel feriale, che sono l'esempio di come questa fede può essere detta. Servono persone disposte a fare questo. Apparentemente potrebbe sembrare che non vi siano cuori disponibili ma in realtà ce ne sono. Si tratta solamente di trovarli e di incoraggiarli dentro le vicende della comunità cristiana. Del resto, il Signore ci chiede di essere luce del mondo e sale della terra. Questo non è un fenomeno di massa, ma di minoranza. Piccoli semi caduti nel grande terreno dell'umanità che, come i semi del Vangelo, producono grossi alberi». La realtà quotidiana è ben diversa. Quali sono le sue preoccupazioni principali per la città? «In primis la mancanza di lavoro, la crisi evidente che attanaglia le famiglie. Poi il tessuto sociale disgregato. Preoccupano non poco i fenomeni malavitosi che non ci lasciano indifferenti. Droga e prostituzione ci interrogano: ci chiediamo cosa possiamo fare. Sono aspetti che minano la vita della città. L'altro fenomeno è quello dei flussi migratori di passaggio. Servirebbe più attenzione a questa realtà che ci interpella. Si dovrebbe avere qualche segnale in più. C'è una disponibilità di fondo ma, ad esempio, il dormitorio non arriva e spero che questa sia la volta buona per realizzarlo. Sulla povertà siamo di fronte a redditi insufficienti, inadeguati rispetto a un tenore di vita che andrebbe, tuttavia, ridimensionato. Cerchiamo, con la Caritas, di dare risposte ma non basta. È proprio sulle famiglie che puntiamo per riprendere il cammino. In ogni parrocchia deve nascere un gruppo di famiglie unite non solo per pregare, ma anche per aiutarsi a vicenda». |