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Smentito l'ottimismo di Romano Prodi. Piero Fassino: «Non è un buon metodo quello di Prc»
ROMA. O il protocollo sul welfare cambia o non ci sono ragioni per votare sì in consiglio dei ministri. L'ultimatum arriva da Paolo Ferrero, ministro della Solidarietà sociale, Rifondazione. E dire che il presidente del consiglio, in mattinata parlando dell'incontro di ieri con il segretario di Rifondazione, Franco Giordano, aveva detto: «E' stato costruttivo, ci siamo confrontati su tutti gli aspetti del protocollo anche se non abbiamo preso alcuna decisione». Decisione che invece Ferrero annuncia a una settimana dal consiglio dei ministri. «Continuiamo a chiedere che ci siano delle modifiche prima del consiglio. Certo se non si cambia niente non ci sono le condizioni per votare il provvedimento». «Avevamo dato un giudizio negativo su precarietà e pensioni e, se non ci sono cambiamenti, questo giudizio non cambia». Poi aggiunge che non vale nemmeno il sì dei lavoratori: «Le modifiche per noi ci devono essere comunque». Anche Giordano la pensa come lui: «Il giudizio è negativo e con le altre forze della sinistra chiediamo modifiche sia sulla parte previdenziale sia su quella del lavoro», dice. «E' chiaro che con le parole di Giordano e Ferrero la maggioranza non c'è più», commenta Gianfranco Rotondi, segretario Dc. Mentre dalla sinistra movimentista di Rifondazione, leggi Francesco Caruso, arriva l'annuncio di occupazioni delle sedi di società di lavoro interinale martedì prossimo per il «Precarity Day», con trasformazione degli uffici in seggi per un referendum contro la precarietà. Seguono, su internet, istruzioni per trasformarsi nel perfetto occupatore. L'attacco di Rifondazione viene nel giorno in cui il sì all'accordo sembra guadagnare terreno sul no. Nonostante i fischi alla Piaggio e all'Ansaldo, nonostante la petizione del «no» che un prete operaio consegna a Prodi in visita in Piemonte. I sindacati mantengono la loro contrarietà ai cambiamenti, a meno che non siano condivisi da tutti coloro che hanno firmato. Non si parla di partiti, ma di parti sociali. Lo spiega Guglielmo Epifani, leader della Cgil: «Se si userà il buonsenso potremo, forse, però con l'accordo di coloro che l'hanno sottoscritto, vedere ove rendere più efficace il protocollo. Abolire lo scalone? Non c'erano le risorse, servivano 50 miliardi e non ci sono». Cambiare con il sì di tutti? Appare una strada difficilmente percorribile. «Ci auguriamo che il timone sia tenuto fermo anche sul terreno del welfare - dice Matteo Colaninno, presidente dei Giovani industriali italiani - il protocollo deve essere approvato entro l'anno e non può più essere oggetto di ritocchi, emendamenti, ricatti». Ricatto è il termine che usa anche Raffaele Bonanni, segretario della Cisl: «Ci sono ministri che ricattano, ma ci auguriamo che il governo mantenga ferma la posizione sul welfare», dice. Poi, rivolto a Cremaschi, leader dell'ala dura della Fiom: «Cremaschi vaneggia, non c'è alcun motivo che giustifichi una modifica». Di ultimatum parla invece Piero Fassino, ancora per una settimana segretario dei Ds: «Non penso sia un buon metodo mettere gli ultimatum. Se il consiglio dei ministri licenzia un testo sottoscritto con le parti sociali non è detto che in Parlamento non si possano apportare modifiche e correzioni». «Non sono ipotizzabili interventi unilaterali su un testo sottoscritto da più parti», dice Enrico Letta, sottosegretario alla presidenza del consiglio. |