Data: 27/10/2007
Testata giornalistica: Il Centro
Abbiamo i salari più bassi d'Europa. L'allarme di Draghi: aumentare redditi e consumi, più sostegni ai giovani

Flessibilità per tutti e innalzamento dell'età pensionabile tra le misure suggerite dal governatore: la ricetta per far ripartire l'economia

ROMA. I salari italiani sono i più bassi dell'Unione europea. Attenzione, non è un'affermazione dei sindacati, ma del governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi. Il governatore parla a Torino, agli studenti della facoltà di Economia, la sua è una vera e propria lezione. «I salari italiani sono più bassi che negli altri principali Paesi dell'Unione europea - dice Draghi - le differenze salariali sono appena più contenute per i giovani, si ampliano per le classi centrali d'età, tendono ad annullarsi per i lavoratori più anziani». Per i sindacati sono parole d'oro e le usano subito contro imprenditori e governo. «Tutti dicono le stesse cose - nota Guglielmo Epifani, leader della Cgil - poi però aggiungono che i margini non ci sono».
«Bisogna invece che chi ha responsabilità - aggiunge - oltre a dire come noi che c'è un problema, dia anche indicazioni su come risolverlo».
Le parole di Draghi «fanno piacere - dice Renata Polverini, segretario dell'Ugl - ma si passi ai fatti. La ricetta? Meno tasse, stipendi più alti». «I salari sono i più bassi - osserva Giorgio Cremaschi, ala sinistra della Cgil - ma c'è chi attacca il contratto nazionale per abbassarli ancora di più».
«Le considerazioni del governatore - commenta Raffaele Bonanni, segretario della Cisl - devono far riflettere ancora di più il governo Prodi sulla reale condizione dei lavoratori, dei giovani e dei pensionati italiani. La vera emergenza sociale sono gli stipendi bassi e gli oneri fiscali troppo alti sul lavoro dipendente. La nostra proposta è quella di ridurre la tassazione su tutti i prossimi rinnovi contrattuali, legando gli aumenti alla produttività».
Già, la produttività. Draghi non si schiera dalla parte del sindacato, non chiede aumenti per gli stipendi dei lavoratori italiani. Chiede che il potere di acquisto aumenti (oggi a parità di lavoro è del 30-40% inferiore a quello dei lavoratori di altri Paesi), che ci sia più reddito disponibile per il rilancio dei consumi, cosa che è avvenuta, per esempio, in Francia e Gran Bretagna, ma indica la strada da percorrere nell'aumento della produttività.
Un'analisi a tutto campo quella del governatore, nella quale si forma un legame a distanza con il ministro dell'Economia e con la famosa questione dei «bamboccioni», i ragazzi che non escono di casa. «Nel confronto europeo - dice ancora Draghi - l'Italia è il Paese con la quota più alta di giovani che convivono con i genitori (cresciuta al 45% negli ultimi 5 anni), e con la quota più bassa di nuclei familiari con capofamiglia al disotto dei 30 anni». Colpa della precarietà come fu rinfacciato al ministro Padoa-Schioppa? In parte. «La politica economica - dice il numero 1 della Banca d'Italia - avrà successo se aiuterà i giovani a scoprire nella flessibilità la creatività, nell'incertezza l'imprenditorialità. I giovani devono investire nel capitale umano e il sistema di istruzione deve aiutarli, li deve sollecitare in questo». Più giovani che colgono le opportunità di lavoro, lavoratori che restano al loro posto più a lungo. Ovvero: innalzare l'età della pensione.
Paolo Ferrero, ministro della Solidarietà sociale non è d'accordo sulla ricetta: «La giusta notazione fatta da Draghi - dice - perché non sia propaganda si deve coniugare con una drastica riduzione della precarietà».
Il ministro dell'Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, non è a Torino, ma in Rai. Partecipa alla registrazione del Tg Ragazzi che andrà in onda lunedì sui RaiTre. Ma anche lui è sulla stessa linea di Draghi: «I ragazzi devono prima di tutto studiare e, anzi, imparare a risparmiare».
Da Renato Brunetta, economista di Forza Italia, l'indicazione sulle «colpe storiche della decurtazione salariale dell'oggi: «Colpa dei sindacati, delle imprese e di quelli tra i lavoratori che negli Anni '90 si sono messi d'accordo per la mera partecipazione del sindacato, Cgil in testa, per mero scambio politico».

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