Data: 29/11/2007
Testata giornalistica: Il Centro
La sinistra vota la fiducia e attacca il governo. «Faremo i conti a gennaio». La Camera approva: 326 a favore, 238 contro

Prodi: mi assumo tutta la responsabilità. E tiene aperta la porta al dialogo. Pagliarini (Pdci) si dimette dalla commissione lavoro Fassino: mantenuti gli impegni sui precari

ROMA. Votano sì in 326, no in 238, la fiducia al governo c'è, il disegno di legge sul Welfare esce dalla Camera e si avvia al Senato dove il voto finale (un'altra fiducia?) dovrebbe arrivare a metà dicembre. «Per noi avere superato lo scalone è un motivo di orgoglio, non certo un compromesso al ribasso», fa sapere indirettamente Romano Prodi da Palazzo Chigi.
«Ci si poteva arrivare con molto meno casino, ma è meglio tardi che mai», è il concreto commento di giornata del leader della Cisl, Bonanni.
Quanto al ricorso alla fiducia il presidente del consiglio se ne assume la piena responsabilità: «Io credo che abbiamo raggiunto l'obiettivo che ci proponevamo e su questo siamo sempre disposti, successivamente, a riflettere. Il governo deve però prendere una decisione e questa decisione l'abbiamo presa in piena coscienza e me ne assumo completamente la responsabilità». «Il voto di fiducia - filtra ancora da Palazzo Chigi - non è stata una scelta per chiudere la bocca a qualcuno o per sottostare a ricatti». Seguono messaggi personali. A Rifondazione: «Dal Prc non arrivano minacce, ma riflessioni e richieste di un dialogo e di un confronto politico che io non rifiuto mai». A Gianni Pagliarini, Pdci, dimissionario per protesta da presidente della Commissione Lavoro della Camera: «Le dimissioni rappresentano un segnale di dissenso istituzionale e personale che non va ignorato. Confidiamo che vengano ritirate o respinte».
Per il resto è la cronaca di una guerra per bande in seno alla maggioranza. Con l'ala sinistra (ormai sulla strada di confluire in una formazione unitaria per ora indicata come «Cosa Rossa») che attacca senza sosta il governo sia sul piano del merito (il programma non attuato), sia su quello del metodo (Parlamento esautorato). Parola d'ordine: «I conti a gennaio».
«A nome di tutta la sinistra chiediamo una verifica politico-programmatica, perché il programma su cui ci siamo presentati non esiste più è pura archeologia», dice Franco Giordano, segretario di Rifondazione. «A gennaio bisogna non solo fare la verifica, ma scongelare il programma ed attuarlo», chiarisce Alfonso Pecoraro Scanio, Verdi, ministro dell'Ambiente. «Voteremo a favore della fiducia - spiega Oliviero Diliberto, segretario del Pdci - ma manifestiamo tutta nostra contrarietà su quanto è avvenuto. Si apre una fase nuova, valuteremo ogni atto del governo caso per caso».
Poi c'è la questione di metodo, la fiducia. «Io penso che il rapporto fra governo e parti sociali sia molto importante per la formazione delle decisioni, ma se questo elemento mette in mora il dibattito parlamentare si passa da una democrazia parlamentare a una repubblica parlamentare che per un lato almeno subisce una sospensione di sovranità, sostituita da un aspetto neocorporativo», è duro il commento di Fausto Bertinotti, presidente della Camera. E parla di «una sofferenza che va indagata molto realismo e molta lucidità».
Sofferenza che trova la sua espressione più forte nelle dimissioni del presidente della Commissione Lavoro. «La mia lealtà e il mio senso di responsabilità - dice in aula Gianni Pagliarini, Pdci - mi impongono di votare sì alla fiducia, ma la dignità, soprattutto delle istituzioni e di chi le rappresenta, non può essere calpestata».
«La fiducia - dice il ministro dell'Università, Fabio Mussi - non è un episodio di buon governo. E prima o poi qualcuno dovrà dire per quanto tempo si può rinnovare il contratto a tempo».
Il resto sono dichiarazioni di Chiti e Bersani «di attenzione e rispetto per la posizione di Rifondazione», la rivendicazione di Piero Fassino (dichiarazione di voto per il Partito democratico) «dell'impegno del governo per il precariato», le constatazioni di Dini («Il governo è appeso a un filo, non so quanto possa durare»), i timori che, senza i senatori a vita, un eventuale voto di fiducia al Senato possa finire 157 pari con bocciatura della legge (Turigliatto ha già detto che vota no).

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