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'Tutta la legislatura dovrebbe avere come orientamento di fondo quello del contrasto, anche culturale, alla precarietà nel lavoro'. Lo ha detto ieri sera il segretario generale della Cgil Guglielmo Epifani, a Taranto per una iniziativa sindacale: 'So che, anche per scelta nostra, abbiamo sempre parlato in maniera molto critica della legge 30 ma il problema è più complicato. C'è da riorientare una cultura di massa attorno al fatto che non si può accettare l' equazione in base alla quale o sei precario o non lavori, c'è da fare una battaglia culturale forte nel paese che rimetta le cose nell' ordine giusto: si deve lavorare, si può lavorare senza precarietà'. Epifani si è detto anche convinto che 'flessibilità e precarietà non sono la stessa cosa, per il semplice fatto che una flessibilità può non essere necessariamente accompagnata dalla precarietà, mentre la precarietà è sempre ovviamente una condizione di flessibilità. Quindi contrastare la precarietà vuole dire vincerla culturalmente e avere le politiche di accompagnamento che la riducano'. Per il leader della Cgil, però, 'non c'è solo la legge 30, ma tante altre cose: si può, ad esempio, dividere un ciclo di impresa, la famosa cessione del ramo d' azienda, come si fanno gli appalti, con quale caratteristiche qualitative e di standard si cedono i lavori. Oggi la più grande sacca di precarietà non è nell' industria ma sostanzialmente nell' area pubblica e dei servizi. Per area pubblica penso alla sanità, alla scuola, alla ricerca, all' universita', a tutto il campo dei servizi, compresi quelli che nascono da esternalizzazioni dei processi di riorganizzazione industriali'. Ha poi concluso: 'Per questo a volte resto stupito della contrarietà di Confindustria sulla legge 30, perché al dunque il 5 per cento delle persone in condizione di precarietà sono nell' industria manufatturiera. Io credo che contrariamente a quello che si pensa, su questo punto Confindustria abbia una posizione ideologica'. |