|
Al Senato finisce 160 a 158, scontro nella maggioranza, determinante anche l'assenza di un senatore di Alleanza nazionale. L'inserimento nel testo di un emendamento sulla "parità di genere" fa insorgere i teodem
ROMA. Per dirla con le parole del capogruppo dei senatori di Rifondazione comunista, Giovanni Russo Spena, mettendo la fiducia sul decreto sicurezza «la maggioranza ha sfidato se stessa» e alla fine ha vinto. Fino all'ultimo minuto, infatti, l'approvazione del decreto legge sulle espulsioni è stata in bilico, messa a dura prova prima dal solito conteggio dei voti che ogni volta genera fibrillazione a Palazzo Madama, poi, soprattutto, dai dubbi dei teodem, fortemente contrari a votare un decreto con al suo interno anche una norma contro l'omofobia. Fino alla mazzata finale, data alle sette e mezzo di sera da Giulio Andreotti: «Questo decreto con la norma sulla discriminazione sessuale io non posso votarlo». Un colpo inaspettato, tanto più che poco prima lo stesso Andreotti aveva assicurato il suo voto favorevole, che spinge Palazzo Chigi a dirsi pronto ad andare a casa in caso di bocciatura del decreto. Alla fine l'ha spuntata, con 160 voti a favore contro 158, tra i quali quelli di Giulio Andreotti e della senatrice teodem Paola Binetti. Decisivi i sì dei cinque senatori a vita (compreso Cossiga) e l'assenza del senatore Divella (An), di cui Fini ora vuole le dimissioni. Subito dopo arriva il via libera con il voto elettronico: 160 sì. 156 no, un astenuto. Fino alla scoperta della norma contro le discriminazioni sessuali, il lavoro di mediazione messo a punto dal governo era stato condotto con successo e il maxiemendamento preparato per contenere tutte le modifiche della maggioranza era riuscito a mettere d'accordo più o meno tutti. A scanso di sorprese, comunque, un rapidissimo consiglio dei ministri durato cinque minuti cinque e presieduto dal ministro della Giustizia Clemente Mastella annuncia verso mezzogiorno la decisione del governo di porre la fiducia sullo steso maxiemendamento. Una decisone presa, a quanto pare, proprio si insistenza della sinistra radicale, che avrebbe fatto presente la difficoltà a garantire un voto compatto dei suoi. La strada a questo punto sembra in discesa. Rifondazione comunista è la più tranquilla, visto che vede accolte quasi tutte le sue richieste (dall'abolizione di ogni riferimento ai cpt, al trasferimento al giudice ordinario delle competenze per le espulsioni, a una definizione meno vaga dei cosiddetti reati di allarme sociale per i quali anche un cittadino comunitario può essere accompagnato alla frontiera). Certo, restava la questione del provvedimento adottato in nome dell'emergenza, categoria sempre rifiutata dal Prc ma poco male, tutto sommato si poteva anche accettare, visto che la vittoria politica era comunque indiscutibile. Tant'è vero che il solito Russo Spena annuncia: «C'è un equilibrio forte del testo tra sicurezza e stato di diritto ed è bene venga recuperato con il voto di fiducia». E' il via libera. Recuperati anche i senatori del gruppo della Autonomie (offesi per non essere stati consultati) e i diniani, sottratto il voto del dissidente Turigliatto, sommato quello dell'altro dissidente, Rossi, a metà pomeriggio la conta assegna un pareggio, 156 voti favorevoli e 156 contrari. Ma la maggioranza può contare anche sul sì di almeno quattro senatori a vita: Andreotti, Levi Montalcini, Scalfaro e Cossiga. Sembra fatta, ma poi il diavolo ci mette lo zampino. E il diavolo questa volta ha le sembianze di un riferimento fatto dal maxiemendamento al Trattato di Amsterdam, e in particolare all'articolo 13 che punisce le discriminazioni sessuali e l'omofobia. Voluto dalla sinistra, non piace ai teodem né ad Andreotti e rischia di far saltare tutto. «Per quanto mi riguarda io seguirò la mia libertà di coscienza, poi vedremo cosa faranno gli altri», dice la teodem Binetti. E vota no, come Andreotti. Della nuova situazione che si è venuta a creare ne approfitta subito Mastella, che non perde occasione per mandare avvertimenti al governo: «La sinistra sta forzando la mano oltre misura» dice. |