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Il pianto e la rabbia di un padre: «Assassini, dov'erano gli estintori?» TORINO. È alla testa di migliaia di persone, ma intorno il silenzio è rigoroso. Le lacrime non fanno rumore. Ha le braccia appoggiate allo striscione delle rappresentanze sindacali della ThyssenKrupp e tra le mani un foglio di giornale, con le foto dei quattro operai morti nel rogo di mercoledì notte; uno dei quattro è suo figlio. Nino Santino, padre di Bruno, urla tutta la sua rabbia: «Assassini. Bastardi. Dov'erano gli estintori? Bruno aveva solo 26 anni, chi mi ridà mio figlio? Pagherete tutto...». È l'immagine simbolo del corteo dei metalmeccanici che ieri mattina ha sfilato per il centro di Torino, tra le saracinesche abbassate dei negozi e le luci del Natale spente. Venti, forse trentamila persone: operai, cittadini, qualche ministro, il sindaco Chiamparino, il presidente della Camera Bertinotti. Tanta gente, come un primo maggio. Ma l'atmosfera non è di festa. Il corteo sfila fino in piazza Castello, sotto la Prefettura. Sul palco sale Antonio Boccuzzi, operaio sopravvissuto all'inferno della Linea 5 dell'acciaieria. Sul volto ha ancora evidenti i segni delle fiamme, chiede alla piazza due minuti di silenzio per Antonio, Roberto, Angelo e Bruno, i quattro compagni di lavoro che ha visto morire praticamente in diretta: «Siete sempre davanti ai miei occhi - dice - ho il dovere di andare avanti a testimoniare cosa è successo. L'orrore incredibile di quello che ho visto è paragonabile solo ad un inferno. Nessuno, questa volta, potrà permettersi di dimenticare». La piazza ascolta, in silenzio. Proteste e insulti, invece, quando Boccuzzi ricorda quanto dichiarato nei giorni scorsi dal sostituto procuratore Guariniello, coordinatore dell'inchiesta: alcuni ispettori dell'azienda erano consulenti della stessa. La rabbia nei confronti della ThyssenKrupp, infatti, è grande. Tutte le testimonianze - pur tenendo conto della comprensibile emotività - sono concordi nel dichiarare la carenza della manutenzione dei sistemi di sicurezza, dovuta allo stato di dismissione dello stabilimento di corso Regina Margherita, che chiuderà tra pochi mesi. Il breve comunicato diffuso dall'azienda, secondo cui tutto sarebbe stato perfettamente a norma, non ha fatto che esasperare gli animi: «L'insulto più grave? - prosegue dal palco Boccuzzi - sentire qualcuno che insinua che la colpa sia di noi operai. Sapere che quel gigantesco impianto si sarebbe guastato era roba da tecnici, responsabilità dell'azienda. La verità è che non avevano più convenienza a investire su quello stabilimento». Fischi anche per i rappresentanti sindacali: «Vergogna - gridano alcuni manifestanti - ci avete venduti per 15mila euro», riferendosi alla buonuscita per i dipendenti concordata per la dismissione dell'impianto: «È una rabbia giustificata - dichiara Gianni Rinaldini, numero uno della Fiom - che esprime uno stato d'animo che va compreso. Hanno visto morire i loro colleghi nel fuoco». Si parla anche di pressioni affinché il lavoro riprenda al più pesto: «L'azienda ci ha chiesto di ricominciare subito», rivela Massimo Zara della Fim. I sindacati chiedono che i cancelli dell'acciaieria rimangano chiusi fino a quando la sicurezza non sarà certificata. Una richiesta accolta dal ministero della Salute: «Gli operai - fa sapere il sottosegretario Gian Paolo Patta - rientreranno solo dopo che l'Asl avrà terminato le sue ispezioni e verificato se ci sono le condizioni per la ripresa del lavoro. Altrimenti non torneranno». Verso mezzogiorno una parte del corteo lascia piazza Castello per raggiungere la sede dell'Unione industriale, alla Crocetta. Di fronte ai cancelli di via Fanti parte un lancio di sassi e di uova marce. Sono i giovani dei centri sociali, da cui gli operai della ThyssenKrupp prendono immediatamente le distanze: «Se avessimo voluto mettere a ferro e fuoco la fabbrica - commenta laconicamente uno di loro - lo avremmo fatto noi». Restano gravissime, intanto, le condizioni degli ultimi tre sopravvissuti: hanno ustioni estese tra l'80 e il 90% del corpo, la loro vita è appesa a un filo. Giuseppe De Masi, 26 anni, è ancora ricoverato al Maria Vittoria di Torino; Rocco Marzo, 54 anni, alle Molinette, mentre Rosario Rodinò - anche lui di 26 anni - si trova al Centro grandi ustionati del San Martino di Genova. |