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I numeri di una giornata di fermo degli autotrasportatori sono drammatici. Per la sola filiera agroalimentare la Confederazione agricoltori stima il danno in 200 milioni di euro mentre la Confetra, l'associazione degli autotrasportatori, parla di un danno complessivo per il Paese di 300 milioni di euro. Senza contare naturalmente i disagi per gli automobilisti costretti a code interminabili e alle prese con l'80 per cento dei distributori di carburante della penisola a secco. Ma non solo questo. Gli stabilimenti Fiat si sono fermati e con essi 22mila lavoratori sono stati messi in libertà. Cifre e fatti impressionanti che al di là delle ragioni degli autotrasportatori e della liceità dei metodi scelti per manifestare il loro dissenso nei confronti della politica economica del governo, pongono dei seri interrogativi sul sistema della logistica nel nostro Paese. E' bastato un giorno di agitazione e l'economia italiana ha sfiorato il corto circuito. Proviamo a guardare le statistiche. In Italia il sistema dei trasporti è troppo sbilanciato sulla gomma. L'84 per cento delle merci, infatti, viaggia su autotreni a fronte di un modestissimo 1,43% che impiega il sistema ferroviario. Quasi nullo l'uso del sistema fluviale e navale, nonostante la conformazione favorevole del nostro Paese. Di questo non si può certamente incolpare gli autotrasportatori. Se guardiamo i principali Paesi europei la situazione è molto diversa. La Francia di Sarkozy, invocata in queste ore come esempio per la determinazione usata contro i manifestanti del settore dei trasporti, ha una distribuzione logistica molto più equilibrata tra gomma e ferrovia potendo contare su un sistema intermodale efficiente e moderno. E' qui si arriva al secondo aspetto. La crisi di questi giorni deve rappresentare un'occasione di ripensamento della politica dei trasporti e della logistica in Italia. Gli interporti, punto nevralgico della logistica integrata che dovrebbero consentire un trasporto di merci in modo più efficiente, sono nel nostro Paese lasciati a gestioni troppo spesso campanilistiche di Province e Comuni. La politica industriale del Governo, orientata a un contenimento dei costi attraverso un programma di liberalizzazioni, dovrebbe prevedere un processo di aggregazione e di efficienza del sistema interportuale italiano orientato a sostenere una ridefinizione dei diversi sistemi di trasporto merci a favore della ferrovia. Oltre a rendere meno pesante il bilancio per il nostro Paese di giornate come queste di agitazione degli autotrasportatori comporterebbe un abbassamento dei prezzi della gran parte dei beni di consumo alimentari e non. Va ricordato, infatti, che ridurre il costo della logistica significa incidere su circa un 10 per cento del prezzo dei prodotti della filiera agroalimentare. A ciò va aggiunto un effetto positivo in termini di emissioni di Co2 e di costi per l'industria e, indirettamente per il cittadino, derivanti dall'applicazione del Trattato di Kyoto. |