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I contorni del presunto scandalo a Palazzo di città, in relazione al concorso da dirigente che sarebbe stato costruito ad hoc per il braccio destro del sindaco, Guido Dezio, cominciano a delinearsi all'indomani della notizia delle informazione di garanzia per abuso d'ufficio al dirigente, al primo cittadino Luciano D'Alfonso, al segretario del Comune e ai commissari d'esame, pubblicata ieri da Il Messaggero. Il problema non sembra legato al concorso in sé, e dunque in questo senso appare davvero marginale e destinata a sfumare la posizione dei tre membri della commissione d'esame: e cioè il segretario generale del Comune e presidente della commissione, Vincenzo Montillo, e dei due membri, gli avvocati Carlo Montanino e Paola De Marco, anche loro accusati di concorso in abuso d'ufficio. Il problema vero sarebbe a monte e riguarderebbe la mancanza dei requisiti in capo a Dezio. Il lavoro svolto con estrema riservatezza dal Pm Paolo Pompa e dalla sezione di polizia giudiziaria dei carabinieri della procura della Repubblica, è stato praticamente tutto documentale ed anche per questo motivo non è stato necessario, nel corso dell'inchiesta, notificare alcun avviso di garanzia ai protagonisti fino alla conclusione delle indagini di qualche giorno fa. I passaggi fondamentali ruotano attorno a due punti in particolare. A quella determina 977 del 22 novembre del 2004 con la quale, con due righe, il sindaco D'Alfonso testualmente «dispone di attribuire al coordinatore della segreteria particolare del sindaco le funzioni di dirigente», aggirando l'evidenza pubblica - sostiene la procura - e senza espletare alcuna procedura come previsto dai vigenti regolamenti municipali. E, ancora più grave, facendo passare come requisiti equiparabili a incarichi dirigenziali, quelli che Dezio svolse alla Regione Abruzzo, all'interno del gruppo consiliare dei Popolari. Il sindaco, secondo l'accusa, non poteva non conoscere la vera natura di quei rapporti di lavoro: fu proprio lui a sottoscrivere con Dezio quei contratti in qualità di presidente del gruppo. Agli atti c'è anche una nota della stessa Regione, a firma del dirigente De Paolis, con la quale si comunica al presidente del gruppo di Forza Italia Nazario Pagano, che aveva chiesto notizie in merito, che il «signor Guido Dezio non ha mai prestato servizio al consiglio regionale come dipendente nè a tempo determinato nè a tempo indeterminato». E in quei contratti a tempo determinato, circa la natura del rapporto, all'articolo 6 è espressamente scritto che «l'espletamento dell'incarico non costituisce in alcun caso titolo o riconoscimento ai fini dell'instaurazione di un rapporto di lavoro, sia a tempo determinato che indeterminato». E ancora, sempre riguardo agli stessi rapporti con il gruppo consiliare, la normativa regionale prevedeva che ai collaboratori dei Gruppi dovevano essere attribuite qualifiche diverse da quelle dirigenziali od equipollenti. Stesso discorso vale per il Comune di Pescara dove, il 26 giugno del 2003, venne nominato funzionario D3, addetto all'ufficio del sindaco. E quindi la procura non sarebbe riuscita a rintracciare quali sarebbero stati i cinque anni passati nelle pubbliche amministrazioni con la qualifica di dirigente, requisito principe per poter solo partecipare a quel concorso per dirigente. E dunque, se davvero il perno del teorema accusatorio riguarda questi importanti e delicati aspetti che sono a monte del concorso, l'attenzione si sposta, oltre che sui due protagonisti, D'Alfonso e Dezio, su chi aveva l'onere di verificare il possesso dei requisiti. Compito che non era certo della commissione, ma semmai dell'ufficio del personale sul quale, in un certo senso, il sindaco ha scaricato ieri, nel corso di una conferenza stampa, qualche responsabilità. |