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Anche Fisichella annuncia di aver chiuso con Prodi ROMA. Il governo strappa al Senato una doppia fiducia sulla Finanziaria, che rischia però di essere anche l'ultima per il governo Prodi. Il voto e la discussione sulla manovra hanno infatti registrato il sostanziale sgretolamento della maggioranza a Palazzo Madama. Tanto che Clemente Mastella torna a sostenere che a questo punto «è giusto che si vada al voto». Nel primo dei quattro voti di fiducia (due ce ne saranno oggi) il governo ha ottenuto 163 voti a favore contro 157. Ed erano presenti sei senatori a vita che hanno tutti votato a favore. Poco diverso il secondo voto, 163 a 156, in cui è mancato il voto di Mario Baccini (Udc). Ma le dichiarazioni di voto sono state punteggiate da distinguo e annunci di nuovi scenari per il futuro. A cominciare da Domenico Fisichella, ex An poi transitato nella Margherita e quindi rimasto fuori dal Pd. «Voterò la fiducia oggi e domani come espediente tecnico per evitare l'esercizio provvisorio - ha avvertito ieri - ma il rapporto di fiducia con il governo è esaurito». Da oggi il centrosinistra può dunque contare su 156 voti (il centrodestra su 157) più i senatori a vita, la cui presenza non può essere ovviamente garantita tutti i giorni. Se non bastasse, i tre senatori diniani hanno votato la fiducia alla Finanziaria quasi controvoglia: «Sarebbe quasi da non votarla», aveva commentato Lamberto Dini. Hanno deciso alla fine per il «sì» solo perchè sarebbe pericoloso in questo momento di turbolenza dei mercati restare senza Finanziaria. Nello stesso tempo hanno però avvertito che con questo voto, «considerano chiusa una fase della vita politica nazionale». Stesso discorso per i due senatori ribelli Bordon e Manzione. Il primo ha annunciato le sue dimissioni per il 16 gennaio. Il secondo ha comunque avvertito che «con il voto di oggi si chiude, per noi, il periodo dell'irresponsabilità. Da gennaio ogni forza politica dovrà dichiarare le sue reali intenzioni». Traduzione: il centrosinistra non potrà più dare per scontato il loro voto. Ha infine votato a favore della fiducia l'ex Pdci Fernando Rossi che da tempo decide però di volta in volta se sostenere o meno i provvedimenti del governo. Mentre ha votato «no» l'ex Rifondazione Franco Turigliatto. Una situazione di fronte alla quale per il centrodestra «il governo è virtualmente caduto», ma in cui anche la capogruppo del Pd al Senato, Anna Finocchiaro, ha sostenuto che da gennaio ci sarà bisogno di una «svolta». E Clemente Mastella va ben oltre: «A questo punto il vertice del 10 gennaio è inutile ed è giusto che si vada al voto». Il vertice a cui si riferisce è quello in cui l'Unione dovrebbe discutere di riforma elettorale, ma è probabile che a questo punto segni l'apertura di una verifica a più largo raggio nella maggioranza e nel governo. Certo, l'incrocio della cronica debolezza dei numeri della maggioranza (al Senato ormai inesistente) e la spinosa questione della legge elettorale non aiuta Prodi. In molti sono pronti a scommettere che Mastella, ma anche il Pdci, i socialisti e altri «piccoli» preferirebbero di gran lunga tornare a votare con la legge attuale, che gli garantisce comunque la sopravvivenza, piuttosto che accettare una legge di tipo tedesco o addirittura il referendum in calendario in primavera. |