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ROMA. L'aula del Senato vota la fiducia al governo sul Welfare e dà il via libera alla riforma delle pensioni. La nuova legge, di fatto, entra in vigore fra pochi giorni e abolisce il cosidetto «scalone», previsto dalla legge Maroni. Con lo "scalone" l'età minima richiesta sarebbe stata di 60 anni, invece con gli «scalini» del governo Prodi si andrà in pensione a 58 anni (59 per i lavoratori autonomi) e 35 anni di contributi. Poi, dal 1 luglio 2009, vengono introdotte le famose quote (che si ottengono sommando l'età anagrafica agli anni di contributi versati). Dal 1 luglio 2009 al 31 dicembre 2010 bisognerà raggiungere quota 95 (con età non inferiore a 59 anni per i dipendenti e 60 per gli autonomi). Quindi la «quota» salirà a 96 (negli anni 2011 e 2012) e poi a 97 dal 1 gennaio 2013. Resta inalterato il requisito alternativo dei 40 anni di contribuzione, che prescinde dall'età anagrafica ed i requisiti richiesti per coloro che svolgono lavori usuranti (questi lavoratori potranno accedere al pensionamento anticipato combinando 57 anni di età e 35 di contributi). Entro un anno il governo emanerà altri decreti che terranno conto delle peculiarità di alcuni settori di attività, come le forze armate e la polizia. Nulla di nuovo sul pensionamento delle donne che potranno lasciare il lavoro al raggiungimento dei 60 anni di età. Dal 2010 scatteranno i nuovi coefficienti di calcolo (con il metodo contributivo) per i lavoratori «giovani», cioè per coloro che hanno iniziato a lavorare dal 1 gennaio 1996 e che si ritroveranno, senza dubbio, pensioni molto più leggere. Cambia anche la legge sul precariato. Dopo un totale di 36 mesi i contratti a termine potranno essere temporaneamente rinnovati, solo per una volta e solo per un periodo massimo che, al momento, non è ancora stato deciso. Viene abolito il lavoro a chiamata (job on call) con l'eccezione di una deroga per i settori del turismo e dello spettacolo). Confermata l'abolizione della contribuzione aggiuntiva sulle ore di lavoro straordinario. |