Data: 19/01/2008
Testata giornalistica: Il Centro
Due operai asfissiati nella stiva di una nave. Sono stati uccisi dal monossido di carbonio Bloccati da uno sciopero tutti i porti italiani

MARGHERA. Morti asfissiati come in una camera a gas. Uccisi in una stiva di nave piena di soia ormeggiata al Centro Intermodale Adriatico del porto di Marghera, davanti a Venezia. Sono gli ultimi due morti sul lavoro di questo inizio anno. Due lavoratori del porto. Denis Zanon, 40 anni, operaio interinale della «Nuova Compagnia Lavoratori del Porto» e Paolo Ferrara, (53), dipendente della «Icco Srl» di Mestre. Il primo viveva in via Bissolati 20, a Mestre; il secondo in via Aldo Moro 92, a Brugine in provincia di Padova. Sono morti perchè nessuno ha verificato se in quella stiva c'erano le condizioni per lavorare. Chi doveva controllare che nell'ambiente ci fosse una percentuale di ossigeno non inferiore al 17 per cento non lo ha fatto. Sono le 2.40 dell'altra notte. La «World trader», nave battente bandiera panamense e di proprietà di un armatore brasiliano e arrivata il giornu prima, ha avviato le operazioni di scarico.
La stiva ha sette scomparti capaci ciascuno di 7500 tonnellate di farina di soia pellettata.
Al lavoro dentro il ventre della nave ci sono due squadre di operai. Una è composta da Paolo Ferrara, da Denis Zanon e dal gruista. Si devono occupare di svuotare il quarto scomparto. Il boccaporto è aperto a metà.
Zanon ha il compito di manovratore, guida dal ponte il gruista nei punti dove questo non vede. Ferrara deve manovrare la benna all'interno della stiva per consentire alla gru di «mangiare» in continuazione.
La gru agganciata la benna cingolata inizia a calarla nel ventre della nave.
A poco meno di quattro metri sotto il ponte i cingoli della nave incontrano la soia. Si adagiano sulla farina. Ferrara si avvia alla stiva per sganciare la benna. Imbocca le scalette e inizia la discesa nella camera a gas. Nessun odore che preannunci il killer bianco che lo attende.
Arriva sotto e crolla a terra privo di sensi. Zanon lo vede, corre in suo soccorso. Scende veloce le scalette ma anche lui appena mette i piedi sulla soia cade. Il gruista vede la scena comincia a gridare accorrono altri operai.
Capiscono che lì sotto c'è l'inferno. Un marinaio dell'equipaggio, un romeno di 53 anni, indossa un autorespiratore e scende nella stiva. Ha un'altra bombola di ossigeno ma è vuota.
Riesce a prendere in spalla Ferrara, il più mingherlino dei due e lo porta fuori. Uno sforzo disumano.
Nel frattempo sono arrivati i vigili del fuoco di Marghera. Ferrara ha in corpo ancora un flebile alito di vita. Ma qualsiasi tentativo di rianimarlo è inutile.
Anche il romeno si sente male. Lo sforzo di portare in superficie l'operaio è stato tremendo. Mentre i vigili del fuoco del Gruppo Saf (Speleològico Alpino Fluviale) recuperano il corpo di Zanon il marinaio viene portato all'Umberto I. Viene dimesso nel pomeriggio. Nel suo sangue non c'è monossido di carbonio.
Il killer bianco che invece ha ucciso i due operai. Dentro quella stiva la soia bagnata dalla pioggia si è «ossidata» e la fermentazione ha sprigionato il killer bianco che ha saturato la stiva.
Alcune ore dopo la tragedia i vigili del fuoco rilevano in quella camera a gas solo il 5 per cento di ossigeno mentre sono riscontrate 500 ppm di monossido. Condizioni che lasciano in vita una persona qualche minuto.
Eppure qualcuno doveva accertare che, come prevede il «Blu Code, Checklist di sicurezza nave/banchina» al punto 13 che «L'atmosfera nelle stive è esente da rischi» e se «la necessità di monitorare l'aria bordo nave, è stata concordata tra bordo e terminal». Nessuno però ha provveduto a questa pur banale misura di accertamento.
All'alba il porto si è fermato, per lo sciopero spontaneio dei lavoratori, come in altre parti d'Italia.
Poi le frasi di circostanza e il lutto cittadino il giorno dei funerali.

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