Data: 06/06/2006
Testata giornalistica: Corriere della Sera
Gli industriali contestano, Epifani smette di parlare. A Varese un botta e risposta sui «doveri» del sindacato «Nel '43 abbiamo difeso le fabbriche». E parte la protesta

VARESE - «Un'azione comune è possibile», dice uno. «Questo Paese ha bisogno di ponti e di dialogo», rilancia l'altro. Dopodiché è vero che entrambi, Guglielmo Epifani e Luca Cordero di Montezemolo, restano almeno per ora sui rispettivi punti di partenza. Per il segretario Cgil, che non cita mai la legge Biagi, «la legislazione sul lavoro va riscritta». Per il presidente di Confindustria va invece completata con gli ammortizzatori sociali, «e non è una questione di bandiera ma di flessibilità indispensabile». Però è normale dialettica. Confronto civile. Da approfondire «a un tavolo» con il governo.
Ascolta, ovviamente interessata, l'assemblea degli industriali di Varese. Tocca a Epifani parlare per primo e, se è scontato che non abbia gli applausi riservati poi a Montezemolo, da ospite «giocatore in trasferta» ottiene almeno il silenzio di una rispettosa attenzione. Anche qui, sui temi scomodi della flessibilità. Fino a quando non risponde a tutt'altro. Pasquale Pistorio non immagina, probabilmente, che scalderà qualche animo quando dice al leader Cgil: «Il sindacato, accanto alla cultura dei diritti, dovrebbe aggiungere quella dei doveri». Ci prova, a rispondere, il segretario. Accenna: «Nella storia della Cgil la cultura dei doveri è sempre stata molto forte». Riesce a malapena a finire la frase. Dal fondo della platea si alza qualche mormorio, tre o quattro «buuhh» di fronte ai quali Epifani si ferma una prima volta, stupito: «Francamente non capisco». Ci riprova, a spiegare: «Furono gli operai che nel '43 difesero le fabbriche dai nazisti». Forse è quella data, che appare lontana. Fatto è che quei brusii dalle ultime file si ripetono. Sono pochi. Può essere che interpretino il vero umore di tutti gli industriali varesini, e magari di quel Roberto Maroni che siede in prima fila, ma il resto è silenzio imbarazzato. Però anche questo, che qualcuno tra gli stessi industriali definisce «mancanza di fair play nei confronti di un ospite», contribuisce alla reazione di Epifani. Stacca il microfono. «Okay, inutile parlare».
Alla fine tutti, e il leader Cgil per primo, minimizzeranno. Non è una vera contestazione. Ma l'incidente segna comunque l'assemblea. Che pure aveva avuto spunti non secondari. E proprio sul tema della flessibilità. Con Epifani, dal quale arriva un avvertimento al governo sull'eventuale manovra-bis che «metterebbe a rischio la ripresa», fermo sulle «leggi da riscrivere». Ma anche pronto a tendere una mano: «Quando dico queste cose Confindustria si arrabbia. Mi chiedo perché: solo il 5% del lavoro precario è nell'industria, il grosso è nel pubblico impiego e nei servizi». Dunque: «Io dico che, se distinguiamo tra flessibilità e precarietà, un'azione comune è possibile ed è anche nell'interesse delle imprese».
Lo spiraglio è minimo, ma ottiene un applauso. E Montezemolo non se lo lascia scappare. Rilancia: «Sediamoci». Certo la legge Biagi non può essere messa in discussione. Ma - e la frase è rivolta tanto a Epifani quanto a chi l'aveva interrotto - se lo sviluppo è la priorità assoluta, bene: «La crescita delle imprese non può essere disgiunta da quella dei lavoratori: farlo sarebbe un errore antistorico, medioevale e contro le regole del mercato». L'invito è quindi a «quel tavolo importante cui ci dovremo presto sedere: la concertazione si fa tra governo, sindacati e imprenditori». E se è chiaro quello che Confindustria si aspetta dalle confederazioni, non cambiano nemmeno le richieste all'esecutivo: «L'Irap è una tassa ingiusta e va tolta. E attendiamo decisioni fondamentali sul cuneo fiscale». Certo, conclude, «devono essere compatibili con le finanze pubbliche: ma si agisca sulla spesa e non sulle tasse».

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