Data: 25/01/2008
Testata giornalistica: Il Centro
Mastella e Dini mandano a casa Prodi. Il premier perde l'ultima prova di forza e si dimette. La parola al Quirinale

I centristi si sganciano e il Senato nega la fiducia all'esecutivo, Andreotti non partecipa al voto, l'opposizione esulta e chiede le elezioni

ROMA. Il terremoto provocato dalla procura di Santa Maria Capua Vetere, con l'indagine sui coniugi Mastella, arriva nell'aula austera del Senato e fa crollare il governo Prodi. Con 156 sì, 161 no e un astenuto (il diniano Scalera), palazzo Madama affonda il governo di centrosinistra. Tre senatori (Pallaro, Pininfarina e Andreotti) non hanno partecipato alla votazione. Dopo una giornata tesissima, con spintoni, insulti e aggressioni, dai banchi di An spuntano due bottiglie di champagne. Prodi sale un'altra volta al Quirinale, come ha fatto spesso in questi giorni, ma stavolta è l'ultima, è per dimettersi.
Da oggi pomeriggio Napolitano inizia le consultazioni per trovare una via d'uscita. Cala il sipario sul governo di centrosinistra e, con ogni probabilità, sulla legislatura.
Prodi dunque fallisce l'estremo tentativo, che si è ostinato a fare nonostante i consigli che il capo dello stato Napolitano gli ha ripetuto anche ieri mattina, nel corso di un ennesimo colloquio. Nonché dello stato maggiore del Partito democratico, Walter Veltroni in testa, convinto che una bocciatura al Senato avrebbe azzerato tutte le possibilità di cercare un accordo col centrodestra almeno sulla legge elettorale.
«Colloquio sereno», dice Prodi uscendo dal Quirinale. E s'avvia verso il Senato. In aula rivendica i meriti del governo e ripete che le crisi si risolvono in Parlamento, alla luce del sole. Perché, spiega, «nessuno può sottrarsi al dovere di indicare quale altro governo, maggioranza, programma intende introdurre al posto di quelli che sono legittimamente in carica per scelta degli elettori». «Arrestare l'esperienza di questo governo é un lusso che l'Italia non si può permettere». Il premier ribadisce il suo impegno per arrivare ad una nuova legge elettorale e per condurre «il processo riformatore di cui il nostro Paese ha urgente bisogno». Forse si risparmierà così all'Italia «di ricadere in un vuoto che la condanni all'ingovernabilità».
A questo punto impazzano le voci su chi sta per tradire, sulla compravendita di voti, su tentennamenti e pressioni. «Tutto questo è fango puro sull'Italia e sulla democrazia», taglia corto Prodi. E in effetti alla fine dei conti non c'è alcuna sorpresa sostanziale. I diniani sono tre e assumono tre posizioni diverse. Andreotti diserta. Il mastelliano Cusumano vota a favore. Turigliatto, sinistra estrema, vota ?no'. Manzione e Bordon votano sì. Dettagli irrilevanti. La realtà è che Mastella (con Dini) fa saltare la maggioranza, com'era evidente da lunedì.
Mastella interviene poco dopo le 17, in un'aula gremitissima. Alla fine viene calorosamente applaudito dai banchi del centrodestra. «Non ci sono le condizioni per darle la fiducia, e dico ?no' con molta fermezza». Mastella sistema la faccenda non prima di uno svolazzo poetico, la citazione di una poesia del cileno Pablo Neruda («lentamente muore»). Parole alate sulla necessità di muoversi, di liberarsi dai vincoli dell'abitudine. Subito dopo però, parlando di Cusumano, Mastella torna con i piedi per terra: «E' stato un tradimento atroce della persona in termini umani. Io l'ho candidato che aveva il 416 bis; l'ho candidato dietro di me al Senato in Campania, perché l'Ulivo non lo voleva. E' stato eletto con i voti dei campani, tanto che lui mi aveva detto che al di là della politica ci sarebbe stata sempre gratitudine umana».
Prodi parla un'oretta più tardi per una stringata replica. Il suo è un addio con rammarico: «Avremmo potuto fare di più, ma una larga maggioranza ci è stata impedita da una legge elettorale approvata in fretta e furia dalla Cdl e non uso i termini che voi stessi avete usare per definire questa legge» (una ?porcata', ndr). Per Prodi «abbiamo urgente bisogno di riforme per e non contro. Per questo ho accolto e condiviso l'appello a non andare al voto con la legge elettorale vigente».
Nei discorsi sentiti ieri la contrapposizione tra i due poli è netta, senza margini. Ma in alcuni interventi, come quello di Cesare Salvi, si coglie l'amarezza per come è stata gestita la legislatura dal centrosinistra: cominciando dai troppi ministri, passando per le primarie del Pd («Che in America fanno alla fine, non all'inizio della legislatura»), per finire con i proclami veltroniani ?alle elezioni da soli'. C'è la ferma condanna dell'aggressione a Cusumano, nelle parole di Anna Finocchiaro, ma su tutto c'è l'amarezza di una pesante sconfitta politica.

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