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Il Quirinale affida al presidente del Senato un compito preciso e delimitato, l'obiettivo è un governo a tempo ed elezioni a giugno ROMA. Sarà Franco Marini a provarci. Giorgio Napolitano ha affidato al presidente del Senato un incarico limitato e preciso: verificare il consenso «su una riforma della legge elettorale» e a sostegno di un governo in grado di farla approvare. Marini ha detto di sì al capo dello Stato, pur sottolineando di sapere bene che non si tratta di un incarico semplice, ma «gravoso». Ha promesso il suo impegno «perché i tempi siano i più brevi possibili», ma ha anche aggiunto che proprio perché il tentativo è difficile «c'è bisogno di farlo seriamente». Insomma si prenderà il tempo necessario. Oggi alle 16 inizierà le sue consultazioni a palazzo Giustiniani. E una sua decisione è probabile possa arrivare martedì o mercoledì della prossima settimana. Di certo, Marini ha assicurato di voler mettere nel tentativo «tutto l'impegno e tutta la mia determinazione». Nella Costituzione italiana non esiste il governo a termine. Ma il mandato così circoscritto affidato ieri da Napolitano fa pensare proprio a una ipotesi di questo genere. Un governo per approvare una nuova legge elettorale, sbrigare le cose più urgenti e poi andare a votare. Del resto il presidente della Repubblica lo ha spiegato a chiare lettere. Prima di sciogliere le camere a neanche due anni dalle ultime elezioni politiche ha il «dovere» di valutare attentamente la situazione. Specie in presenza di un coro nel Paese che chiede di modificare la legge elettorale. Tanto più che la Corte costituzionale nelle motivazioni, rese note ieri, con cui ha dichiarato ammissibili i quesiti referendari segnala le «carenze» della legge attuale. Carenze tali che la Consulta sente il «dovere di segnalare al Parlamento» gli aspetti più problematici. E quindi, indirettamente, l'invito a correggerli. Un tentativo, quello di verificare fino in fondo se ci sono le possibilità di dare al Paese una nuova legge elettorale, sottolinea Napolitano, che non può essere scambiato da nessuno come una scelta «rituale o dilatoria». Come un modo, cioè, di prender tempo, non si sa bene a vantaggio di chi. La partita è dunque ora nelle mani di Marini. Il centrosinistra esprime soddisfazione. Veltroni assicura il sostegno del Pd, Giordano quello di Rifondazione. Sull'altro fronte Berlusconi e il centrodestra ribadiscono: elezioni subito. A loro si aggiunge Oliviero Diliberto che già preannuncia il suo «no» a Marini. Il Pdci vuole votare con questa legge, che magari non assicurerà stabilità al Paese, ma di sicuro salva i micro-partiti. Il sentiero per il tentativo di Marini è dunque davvero stretto. L'ipotesi che si voti ad aprile (data più probabile il 13) è ancora la più forte. Eppure non manca a Montecitorio chi assegna qualche chance al presidente del Senato. Innanzitutto bisognerà però verificare fino a dove Marini vorrà spingersi. Se si limiterà ad accettare o meno l'incarico solo in base alla possibilità di dar vita a un governo di larghe intese, il suo tentativo è già condannato. L'Udc di Casini ha già fatto capire che resterà allineata e compatta a Forza Italia, An e Lega. Ma c'è un'altra strada di cui si continua a parlare. A Palazzo Madama non c'è una maggioranza politica, ma una maggioranza numerica potrebbe esserci. Non tutti quelli che hanno votato la sfiducia a Prodi sono infatti disponibili a votare per lo scioglimento delle camere. Marini potrebbe allora formare il suo governo, far giurare i suoi ministri (non più di 12, come fissa ora la legge) e presentarsi in Parlamento per chiedere la fiducia su una proposta di legge elettorale. Se avrà la fiducia, il suo governo si impegnerà ad approvarla. Se non l'avrà, sarà comunque il suo governo (e non Prodi) a portare il Paese alle elezioni. |