Data: 05/02/2008
Testata giornalistica: Il Centro
Marini rinuncia, ad aprile il voto. Sulla riforma elettorale «non c'è una significativa maggioranza». Ora tocca al Quirinale: oggi o forse domani lo scioglimento delle Camere

Berlusconi: elezioni subito, il dialogo dopo. Veltroni: persa un'occasione

ROMA. Franco Marini non ce l'ha fatta. Ieri sera è tornato al Quirinale e ha rimesso nella mani di Giorgio Napolitano l'incarico di formare un governo per approvare una nuova legge elettorale. Fra oggi e domani il capo dello Stato, dopo aver sentito i presidenti di Camera e Senato, e il presidente del Consiglio, dovrebbe firmare il decreto di scioglimento delle Camere. A meno di due anni di distanza, l'Italia tornerà al voto per nuove elezioni politiche. Con molta probabilità il 13 e 14 aprile. Nessun sorpresa, nessun ripensamento nell'ultimo giorno, quello decisivo, dalle consultazioni di Marini.
Fini e Berlusconi hanno chiesto di andare al voto il prima possibile. Cancellata qualsiasi subordinata o possibilità di compromesso. Per il Cavaliere un nuovo governo, anche solo per approvare una legge elettorale capace di assicurare più stabilità, «sarebbe una inutile, incomprensibile e dannosa perdita di tempo». Si è quindi augurato che Napolitano indica subito nuove elezioni e che «dopo il voto il dialogo continui».
Walter Veltroni, dopo un vertice con lo stato maggiore del Pd a cui ha partecipato anche Romano Prodi, ha ribadito la richiesta di un governo di tre mesi per le riforme. E di fronte all'ennesimo «no» del centrodestra ha sottolineato come questa rischi di essere «l'ultima occasione mancata». Di fronte a Marini, ha infatti sottolineato, sono sfilate 27 delegazioni di partiti: «Una situazione che non esiste in alcun paese europeo». E' dunque sbagliato «precipitare verso elezioni con questa legge elettorale. C'è il rischio di coalizioni eterogenee, confuse, di tanti partiti». Proprio per questo, anche se è stato impossibile fare la riforma della legge elettorale, il Pd farà la sua riforma politica, presentandosi da solo, con la propria identità e il proprio programma.
Marini ieri pomeriggio ha sentito anche i presidenti della Repubblica emeriti, Cossiga, Scalfaro e Ciampi. L'unico a rilasciare dichiarazioni al termine del colloquio è stato Cossiga che ha detto di aver consigliato Marini ad andare avanti, anche a costo di andare in aula con un governo «semitecnico» e di farsi battere. «Dev'essere chiaro al Paese - ha infatti sottolineato - chi vuole andare a votare con questa legge». Una legge, ha aggiunto, «che è causa di grave destabilizzazione e confusione in entrambi gli schieramenti».
Marini non ha però seguito il suo consiglio. Concluse le sue consultazioni, ha sottolineato di aver preso seriamente l'esigenza di concludere il suo incarico in «tempi stretti». Quindi è andato a riferire a Napolitano e dopo circa mezz'ora di colloquio al Quirinale, ha annunciato le sue conclusioni. Ha detto di aver riscontrato fra le forze politiche la «diffusa consapevolezza della necessità di modificare la legge elettorale», ma anche di non aver riscontrato una «significativa maggioranza» su una proposta di riforma. Marini si è rammaricato di aver constatato l'impossibilità di raggiungere «un obiettivo che ritengo necessario per il Paese», e per queste ragioni ha rimesso il suo incarico. Napolitano lo ha ringraziato per «l'alto senso di responsabilità» dimostrato. Ma anche Casini gli ha reso l'onore delle armi: «Si è comportato da galantuomo, la sua esplorazione non è stata inutile, ha posto le basi per uno svelenimento nei rapporti tra le forze politiche e perché la prossima legislatura sia costituente».
Il primo a sbarrare la strada a Marini è stato ieri mattina Gianfranco Fini, il più determinato in queste settimane a dire di «no» a una riforma elettorale. «Abbiamo invitato il presidente Marini a prendere atto dell'impossibilità della situazione e a riferire in tal senso al Capo dello Stato», ha detto il leader di An uscendo dall'incontro. Se non si trova un accordo, meglio andare a votare subito, ha ribadito anche Luca di Montezemolo. Anche se, ha ripetuto, «con questa legge non si può governare».

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