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PESCARA. Qualcosa di molto simile all'emergenza idrica della scorsa estate: tutti sapevano, nessuno interveniva. Fin quando la bomba non è scoppiata. C'è voluta una ordinanza della Direzione marittima, con il porto chiuso alle navi per impraticabilità dei fondali, ad aprire gli occhi della città su un problema gravissimo legato alle caratteristiche strutturali dello scalo marittimo. Ora si iniziano a contare i danni. Iniziamo dal commercio: due petroliere a settimana, con il loro carico di 4.000 tonnellate di benzina destinate ai serbatoi Di Properzio, dirottate altrove. Poi il prodotto siderurgico, quello destinato agli impianti di riscaldamento (la sansa delle olearie), la chimica. Altrettanto gravi le conseguenze per il trasporto passeggeri: circa 13.000 quelli garantiti nel 2007 dalla Ivan Zajc, ai quali si aggiungono le auto e i camion al seguito; 80.000 la scorsa estate i turisti trasportati dal catamarano veloce della Snav sulla rotta Pescara-Hvar-Spalato. E il 21 febbraio c'è da allestire lo stand della Bit di Milano, la borsa italiana del turismo. Danni per decine di milioni di euro, secondo i primi calcoli, se il porto non dovesse recuperare l'agibilità entro la primavera. Anche se la frittata è ormai fatta. Per quel che riguarda le due petroliere, ad esempio, l'Api e la ditta pescarese Di Properzio proprietaria dei depositi di idrocarburi in città, hanno un contratto annuale con le compagnie di navigazione che non prevede interruzioni per «inagibilità dello scalo». Con l'ordinanza che porta a 4,40 metri il pescaggio massimo delle imbarcazioni che potranno accedere nello scalo commerciale, una delle due navi potrebbe fare ingresso nel porto con un carico di 2.500 tonnellate al massimo. Ma sarebbe comunque un rischio altissimo. Perché, spiegano i tecnici, una petroliera deve avere almeno un metro di margine di sicurezza tra la chiglia e il fondale, in quanto l'eventuale pressione sulle lamiere, e la conseguente deformazione dello scafo, crea uno squilibrio strutturale pericolosissimo: come accendere una miccia accanto ad una bomba innescata. E non ci sono solo le navi. L'ordinanza di divieto della Direzione marittima non vale per i pescherecci, ma armatori e marinai sono quelli che quotidianamente si misurano con le difficoltà dei bassi fondali: eliche delle imbarcazioni spezzate, il fango a fare da tappo ai condensatori con il surriscaldamento dei motori e il conseguente rischio collasso. Cosa fare? L'impressione degli addetti ai lavori e che il vero male del porto sia la inconsapevolezza del problema da parte dei non addetti ai lavori. O, peggio, la sua sottovalutazione. Appena una settimana fa il sindaco Luciano D'Alfonso, dopo un incontro a Zagabria con il presidente della Repubblica croata Stjepen Mesic, incontrava la stampa per annunciare l'intesa tra le due sponde per trasformare Pescara «nella porta dell'Adriatico». Si parlava di «autostrade del mare» e, naturalmente, di collegamento stabile. D'Alfonso aveva fatto di più. Per il 7 febbraio (ieri), aveva annunciato un incontro a Zurigo con il presidente della Snav, Ponte. E per il giorno successivo (oggi) l'incontro a Fiume con i vertici della compagnia Jadrolinija, proprietaria della Ivan Zajc. I due appuntamenti sono naturalmente saltati con l'arrivo dell'ordinanza della Direzione marittima. Non ha fatto meglio la Regione di Ottaviano Del Turco: nelle finanziarie 2007 e 2008 non c'è una lira per il porto di Pescara. Solo in quella 2006, per opera della precedente giunta Pace, era stata inserita la somma di un milione di euro per il dragaggio del porto canale, affidata all'Asi. Di questi fondi è ancora disponibile la somma di 200milioni di euro che sarebbero sufficienti a dragare appena 20mila tonnellate di sabbia: come riempire un secchiello in una spiaggia, mentre per rendere davvero agibile il porto bisogna dragare almeno 200mila tonnellate di materiale. |