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«Col Partito democratico vogliamo far ripartire un'Italia bloccata da 15 anni di politica dell'odio» PESCARA. «Ho voluto cominciare da qui per ragioni scaramantiche. Ogni volta che sono venuto qui, poi abbiamo vinto le elezioni». Gli ottomila di piazza Salotto (gli arganizzatori parlano di 10-12mila presenti) rispondono con un boato al saluto di Walter Veltroni, che sceglie l'Abruzzo per la prima delle 110 tappe della sua campagna elettorale. «Un viaggio unico e incredibile di 12mila chilometri. Per la prima volta nella politica italiana si trova un pazzo che fa una cosa del genere». Il termometro della farmacia all'angolo della piazza è fermo a otto gradi. Il segretario del Pd è in giacca e maglioncino, un bicchiere di tè bollente sul leggio. Con lui sul palco ci sono Luciano D'Alfonso, Ottaviano Del Turco, Marco Alessandrini. «Mettiti il cappotto!» gli gridano preoccupati dalla piazza. «È andata bene», dice uno dell'organizzazione, «l'ultima volta che ha parlato in piazza Salotto nevicava e lui non ha neanche voluto l'ombrello». Ma tant'è, partendo da qui si vince, dice Veltroni. «Il Pd sta risalendo con una velocità impressionante», esclama. «La distanza che ci divide è di sei punti. In una settimana abbiamo recuperato un pò più di due punti». Purtroppo «l'Abruzzo viene dato dai sondaggi tra le regioni in bilico al Senato. Fate un po' voi», dice sornione incassando un secondo applauso. «Perché se ognuno di voi convince 5 persone a votare per il Pd - magari non tutte le stesse persone perché altrimenti perdiamo anche quelle -, allora il 13 aprile non sarà una giornata da guardare con cupezza e inquietudine, ma sarà una giornata in cui l'Italia volta pagina, abbandona il passato, sceglie il nuovo e guarda al futuro». È la politica della gioia, quella inaugurata da Veltroni. La politica dell'avversario che non c'è o non appare. E infatti Berlusconi non verrà mai nominato. È solo «la destra da battere», ora che senza Casini la Pdl il centro non ce l'ha più. «Questo paese è bloccato da 15 anni dai litigi», spiega, «e da alleanze fatte non per cambiare ma per sconfiggere l'avversario. Noi useremo un altro tono, perché vogliamo raccontare un'altra Italia. Non un'Italia dell'odio, ma un'Italia unita che ha coscienza di sé». L'Italia a cui pensa Veltroni è quella della ricostruzione, «la meraviglia dell'Italia del dopoguerra, quando le persone contemplavano le città bombardate, i posti di lavoro distrutti, contavano i morti in famiglia, ma dopo il si sono rimboccate le maniche e hanno cominciato a ricostruire». Ma è anche l'Italia salvata dai giovani americani «che hanno lasciato le loro tranquille vite per venire a cambattere in un paese lontano, e molti di loro oggi sono sotto le croci bianche di Anzio». Un ricordo che dà modo a Veltroni di segnare una differenza rispetto alla sinistra radicale sulla politica estera e sull'impegno dell'Italia nelle missioni in Bosnia e Afghanistan. «I nostri ragazzi in divisa portano in divisa la pace», scandisce Veltroni ricondando tra gli applausi Giovanni Pezzulo, il maresciallo dell'esercito caduto vicino Kabul. «La vita è occuparsi degli altri, non solo di se stessi», insiste ricordando anche l'altro giovane ferito in Afghanistan che ieri mattina prima di partire per Pescara ha visitato all'ospedale militare di Roma. Per Veltroni questa è l'Italia che rifiuta «un'idea egoistica della società» o «puramenta agonistica». È l'Italia «che il Pd vuole riunire socialmente, civilmente, moralmente». È l'Italia in cui lo «stato è amico della crescita e dello sviluppo» e dove si può pensare a «un'alleanza tra impresa e lavoro». «Poco fa mi ha telefonato un imprenditore abruzzese, la cui figlia era con me sull'autobus, e mi ha parlato dei suoi problemi. Dobbiamo considerare quell'imprenditore un avversario o un lavoratore? Se continuiamo a dividerci il paese andrà a pezzi». Per questo il Pd aprirà le sue liste a operai (Antonio Boccuzzi, il sopravvissuto al rogo della Thyssen) e a imprenditori (Matteo Colaninno, ex presidente dei giovani di Confindustria), o a uno dei protagonisti della lotta contro la mafia e la criminalità come il prefetto Luigi De Sena che sarà capolista del Pd in Calabria al Senato. Veltroni sa anche accarezzare il sentimento dell'antipolitica, quando critica «l'assurdo costo della politica italiana» (e qui l'ovazione è davvero forte) «con mille parlamentari che sono troppi e guadagnano troppo». La politica deve essere sobria e invece «si è seduta sul paese impedendogli di crescere». A crescere devono essere invece i salari della gente comune «perché tante famiglie non arrivano alla fine del mese». E a chi definisce demagogiche le sue ricette, come lo stipendio minimo di mille euro per i precari, il segretario del Pd risponde citando per la prima e unica volta Prodi «che le risorse le ha raccolte con la lotta all'evasione». È la chiusura. Arrivano le note dell'Inno di Mameli, «cantatelo a squarciagola», grida Veltroni. E la piazza canta. La piazza canta "si può fare" Spallone volantina, fischiato Del Turco per il Centro Oli PESCARA. I due autobus tricolori della carovana veltroniana si presentano con mezz'ora di ritardo, avanzando a passo d'uomo nella folla, tra le bandiere e gli striscioni che gridano il motto ormai celebre: "Una Italia moderna, si può fare". Su un altro cartello campeggia la frase "Noi abbiamo bisogno di credere, avere fiducia, condividere, realizzare, ma anche di sognare: si può fare". Ma ci sono anche i cartelli di chi contesta il Centro Oli di Ortona. Da lì partono gli unici timidi fischi della mattinata all'indirizzo di Ottaviano Del Turco: «Io sono qui con Walter Veltroni per dare vita, come lui ha detto, ad un ambientalismo del "si": quei fischi, pochi, sono degli ambientalisti del "no"», chiude brevemente l'incidente Del Turco, che dà pochissimo peso all'accaduto. Ad accompagnare Veltroni anche altri esponenti del Pd come Dario Franceschini ed Ermete Realacci. «L'aria sta cambiando, si sente», dice Realacci. «Anche in Abruzzo vinceremo noi, anche al Senato. Se continua questo spirito positivo è sicuro». Compatta la rappresentanza dei politici abruzzesi. A cominciare dal sindaco di Pescara e segretario regionale del Pd Luciano D'Alfonso che introduce il discorso di Veltroni: «Cinquantotto mesi fa», dice rivolgendosi al leader del Pd, «hai trovato un gruppo di giovani che hanno accettato la sfida per Pescara. Avevamo il convincimento di poter fare e la città ha ripreso a funzionare. Perché il potere può aiutare se ci sono le idee e la passione civile». Parole che per un coincidenza bizzarra risuonano sotto le finestre della sede regionale di Forza Italia, dove i partiti del centrodestra sono riuniti per cercare un'intesa sul candidato sindaco che dovrà sfidare proprio d'Alfonso. Con il sindaco c'è la giunta regionale quasi al completo, molti consiglieri regionali e i parlamentari uscenti del Pd. Ci sono poi i presidenti delle Province e molti sindaci. In piazza si fa vedere anche Mario Spallone, che fende la folla volantinando una vignetta che rappresenta il medico di Togliatti alla guida di una biga con Veltroni passeggero. «Tieniti forte Walter», gli grida Spallone mentre frusta i cavalli e una didascalia avverte: "Veltroni incassa l'appoggio di Spallone". (a.d.f.) |