Data: 26/02/2008
Testata giornalistica: Rassegna sindacale
Alitalia. Occorre un segnale di discontinuità di Fabrizio Solari (*)

Le undici manifestazioni d'interesse, arrivate il 29 gennaio scorso a Merrill Lynch, advisor del Tesoro, per comprare una quota di Alitalia, compresa tra il 30,1 e il 49,9%, hanno aperto il processo di privatizzazione della compagnia aerea. L'incontro di Palazzo Chigi, di giovedì scorso, tra governo e sindacati sul futuro di Alitalia, ha ripristinato le premesse per la ripresa di un confronto. Vedremo se alle intenzioni seguiranno i fatti. Per il momento prendiamo atto che il governo intende coinvolgere i sindacati nelle ulteriori fasi di privatizzazione. Del resto le ristrutturazioni di tutte le grandi compagnie aeree, in tutti i paesi del mondo, sono sempre state fatte con il coinvolgimento del sindacato che, specie quando si tratta di aziende di servizi, non può rimanere semplice spettatore. Da parte nostra non siamo mai stati pregiudizialmente contrari alla privatizzazione di Alitalia: chi comprerà troverà nel sindacato un interlocutore affidabile e la massima disponibilità al confronto.

Chiediamo, però, che Alitalia continui a essere un'azienda, non solo un vettore, un'impresa fulcro di un sistema del trasporto aereo che conservi tutte quelle attività come la manutenzione e i servizi di terra. Insomma un gruppo unico, integrato, come accade in tutte le grandi compagnie aeree del mondo. Quanto poi ai livelli occupazionali, quello dei presunti eccessi di personale è uno stereotipo duro a morire. Air France-Klm contano 102.000 dipendenti, Lufthansa ne ha 92.000, British Airways 50.000. Persino Iberia, che ha una flotta inferiore a quella della nostra compagnia, ne conta 24.000, circa 7.000 in più di Alitalia che ha solo 17.000 dipendenti. Gli accordi siglati e rispettati dalle organizzazioni sindacali, compreso quello di Palazzo Chigi, hanno consentito, infatti, di ridurre il numero dei dipendenti di Alitalia di oltre 3.000 unità, di abbattere il costo del lavoro di 174 milioni e di aumentare la produttività del 9,1%, rendendo su questo piano la compagnia competitiva rispetto ai maggiori competitor europei.

A gennaio dello scorso anno, la spinta propulsiva si stava però gia esaurendo, rischiando di compromettere i sacrifici dei lavoratori e di erodere la ricapitalizzazione. Denunciammo, inascoltati, quanto si stava verificando, arrivando a prevedere per il 2006 un rosso di 270 milioni. L'azienda per mesi ha continuato a negare l'evidenza, prima garantendo addirittura un utile di esercizio per il 2006, poi, il 12 settembre scorso, in occasione della riunione del consiglio di amministrazione per l'approvazione della semestrale del gruppo Alitalia, assicurando per il secondo semestre dell'anno "il conseguimento di un risultato operativo e netto positivo" che avrebbe consentito con riferimento all'intero esercizio 2006 "di avvicinarsi al risultato netto consuntivato al 31 dicembre 2005" pari a 167 milioni di perdite. Mai previsione fu più lontana dalla realtà, Alitalia, com'è tristemente noto, ha chiuso il 2006 con una perdita nell'intorno di 380 milioni di euro.

A questo punto il governo non può limitarsi a vendere all'incanto la compagnia. Il ministero dell'Economia, in qualità di azionista di riferimento, non può restare indifferente di fronte ad un tale disastro. L'aviolinea non può continuare a perdere oltre un milione al giorno. Per questo ci aspettiamo fin dai prossimi giorni un segnale di discontinuità. L'intero governo ha, inoltre, il dovere di una piena assunzione di responsabilità nella delicatissima fase che si è aperta con l'avvio della privatizzazione. Nessuno può immaginare che un tale imbroglio possa essere districato dalla presunta oggettività del "mercato". Alitalia è un'infrastruttura essenziale per il paese, non può andare bene una soluzione qualsiasi. Un primo segnale potrebbe essere il mantenimento, da parte del Tesoro, di una quota significativa delle azioni della compagnia. Si darebbe in questo modo un segnale di interesse per il futuro, si manderebbe il messaggio che non siamo ai saldi di fine stagione e che l'obiettivo resta quello di rilanciare il settore. Un messaggio rassicurante non per il lavoro, che sarà capace di tutelarsi da se, ma soprattutto rivolto a chi intende investire sul futuro della compagnia.

(*) Segretario generale Filt Cgil

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