Data: 23/03/2008
Testata giornalistica: Il Centro
La fiera delle promesse, ma la verità? di Mino Fuccillo

Gli elettori non amano le medicine amare e i partiti si adeguano

Bread and butter, brutale ed efficace la sintesi americana: al dunque è per il pane e per il burro che si vota. Un attento e raffinato linguista tradurrebbe però in maniera meno letterale e più al tempo con il 2008 italiano: qui e oggi si vota non per chi garantisce il pane e il burro ma per «l'ultima imburrata».
L'ambiguità degli slogan.
La diversità, la differenza tra le due formule sta nell'ambiguità, anzi nel vero e proprio equivoco voluto e coltivato dell'altro must (obbligo) della campagna elettorale: il cambiamento. La gente, l'opinione pubblica, l'elettorato intende per cambiamento il miglioramento quantitativo di quel che c'è. Cambiare vuol dire, nell'unico significato accettato e pure propagandato, lo stesso salario o reddito, che si forma nello stesso modo. Però cresce. Oppure lo stesso fisco che paga gli stessi servizi e però «cambia» e trasmuta in meno tasse. Al contrario il cambiamento inteso come diverso, molto diverso, modo di studiare, lavorare, guadagnare, produrre, vendere e garantire è inteso come minaccia. Ciò che i partiti possono offrire in campagna elettorale è il cambiamento del primo tipo, il cambiamento-promessa. L'altro cambiamento, se pure lo hanno in testa, devono dissimularlo, al massimo sperare di poterlo somministrare in dosi omeopatiche e comunque senza che il paziente sappia davvero. Altrimenti si ribellerebbe. Dunque la questione non è la «sostenibilità», se cioè ci saranno o no i soldi per mantenere le promesse dei partiti. Consenso e contro consenso.
Il problema è se i partiti, una volta raccolto il consenso, vorranno e sapranno andare contro consenso per creare le condizioni indispensabili (il cambiamento del secondo tipo appunto) per mantenere le promesse. Comunque, chiunque vinca, l'ultima imburrata ci sarà. Anche qui il significato dell' aggettivo «ultima» è purtroppo duplice. Fisiologicamente ultima sta per ultima di una serie che continua: chi ci rimette soffre (i programmi come vedremo non sono per niente tutti uguali rispetto a quale «pane» spalmare), però il «burro» non finisce appunto con l'ultima spalmata, al prossimo giro forse andrà diversamente. Stavolta invece «ultima» può voler dire proprio ultima, dopo la quale burro non ce ne è più. Anche questa duplicità l'elettorato in qualche modo l'avverte e quindi si dispone a tentar di far parte di coloro, non tutti certo, che con il Pil che tende a zero, con l'inflazione che nessun governo può fermare per decreto e con la crisi finanziaria da 1000 miliardi di dollari di crediti inesigibili nelle tasche del credito planetario, si riempiranno la dispensa e peggio per gli altri.
Si può scegliere, la merce esposta dai partiti è varia e ricca.
Scaffale Irpef.
Il Pd propone l'aumento delle detrazioni per il lavoro dipendente, la detassazione della quota di salario che arriva da maggior produttività, un credito fiscale per il lavoro femminile, la dote fiscale per i nuovi nati e una progressiva (tre anni) revisione delle aliquote. Una famiglia di quattro persone che oggi guadagna 30mila euro e paga di tasse 6900 ne pagherebbe 6000. Quarantamila euro di reddito, tasse odierne 9600, tasse future 8400. Con 60mila si scende da 15440 a 13640 da pagare. Con 80mila da 23040 a 20640. Con centomila si cala da 30640 a 27640. Con 120mila da 38540 a 34940. Con 160mila da 55140 a 50340.
Diversa è la «curva» proposta dal Pdl: a 30mila euro di reddito si paga lo stesso 6900, a quarantamila il risparmio annuo è di 800 euro inferiore a quello proposto dal Pd e lo stesso vale a quota 60mila. Dagli 80mila in poi lo sgravio fiscale proposto dal Pdl è maggiore di quello offerto dal Pd. Come si vede, una differenza c'è. Ma il Pdl recupera con una estensione della no tax area, con il quoziente familiare per cui il reddito viene tassato ad aliquota tanto minore quanto più vasta è la famiglia, con la detassazione delle tredicesime. Sul quoziente familiare insiste anche l'Unione di centro e pure la Lega. La Sinistra Arcobaleno propone l'abbassamento dell'aliquota del 23 al 20% e la tassazione al 20% delle rendite finanziarie.
Scaffale «famiglia»
Il Pdl offre libri gratuiti fino a 18 anni, la Lega premi per i «residenti» e meno Iva su pannolini e latte, l'Unione di centro la deducibilità dal reddito delle spese per asili nido, il Pdl il bonus bebè di 1000 euro, il Pd asili nido per il 25% della popolazione da zero a tre anni (oggi la copertura è appena del 6%) e l'aumento dell'indennità di accompagnmento per i disabili da 455 a 600 euro per i casi più gravi stimati al 30%.
Scaffale «casa».
Il Pdl mette in campo l'abolizione dell'Ici sulla prima casa, la Destra i mutui sociali, il Pd l'aumento della quota di deducibilità degli interessi sui mutui e l'aliquota fissa sui proventi d'affitto.
Scaffale «pensioni».
Il Pdl promette: rivalutazione e comunque un salario di cittadinanza di almeno 800 euro, il Pd un meccanismo di adeguamento al costo della vita a cadenze temporali più serrate del resto dei redditi.
Scaffale «precari».
Reddito minimo di 1000 euro per il Pd, abolizione progressiva dei contratti a tempo determinato per la Sinistra.
Come si vede, molto burro e per ogni tipo di pane. Con Casini che mette l'accento sulla famiglia, Berlusconi sull'impresa (pagare l'Iva solo dopo aver incassato), Veltroni su lavoro (anche autonomo con l'estensione del forfait fiscale da 30 a 50mila euro) e capitale, Bertinotti sul salario da agganciare al costo della vita e la Santanchè su una sorta di moratoria dai debiti contratti con le banche.
I conti in tasca.
Un po' di conti, alla grossa ma non a casaccio: fino al 2011 trenta miliardi per non «sballare» con il deficit e debito pubblico, 15 di spesa pubblica aggiuntiva (contratti e manutenzione infrastrutture) e almeno 15 annui per finanziare gli sgravi fiscali. Fa novanta/cento miliardi di euro. Tutti dicono possano venire da una diminuzione dell'evasione (5 miliardi annui?), dalla vendita del patrimonio pubblico (altri 5?) e da una diminuzione della spesa pubblica dove l'area di spreco/inefficienza è stata stimata in 80 miliardi. Senza quest'ultima voce, senza rendere produttiva la spesa o comunque senza diversamente spendere, «l'Italia non si rialza» o «non si può fare» parafrasando i rispettivi slogan. Ma la vera «posta» che rende possibile e soprattutto stabile «l'imburrata» è un aumento del burro disponibile.
E qui, per ottenerlo, come nel caso della minore o miglior spesa pubblica, chi oggi chiede consenso dovrà andare domani contro consenso: imporre una formazione selettiva nelle scuole e nelle università, una diversa formazione del salario nelle sue parti, un fisco amico ma non pigro, un riequilibrio se non un risarcimento del trasferimento di reddito (700 miliardi di euro in cinque anni) dal lavoro dipendente a quello autonomo. Su queste materie gli «scaffali» dei partiti sono invece vuoti o al massimo espongono etichette da guardare e non prodotti da consumare. Se fossero meno vaghi, incontrerebbero il no di milioni e milioni di elettori, non solo quelli degli altri, ma anche i «loro».
Inoltre proprio non contemplati sono altri due «scaffali».
Quello dell'economia criminale, 80 miliardi di reddito stimato. A questa stima ne va affiancata un'altra recentissima: l'otto per cento del voto «eterodiretto», cioè dato per indicazione di chi governa il territorio, soprattutto al Sud. Anche l'economia illegale dunque vota e, purtroppo, pesa dichiarandosi non riformabile. L'altro scaffale oscurato è quello del costo del federalismo che può anche tradursi in una moltiplicazione del costo della burocrazia.
Verità sui grandi numeri.
C'è infine un deficit di verità: sui grandi numeri dell'economia nessun governo nazionale può molto. La falsa coscienza, la consapevolezza negata di questa realtà spinge molta opinione pubblica e qualche leader (Tremonti) sulla strada di una nuova autarchia, cioè dazi e chiusure commerciali che darebbero ristoro ai settori in sofferenza ma toglierebbero ossigeno a quelli competitivi. Un'equazione a molte, troppe variabili quella del pane e del burro.
Cui va sommata la «percezione» dei ceti sociali che determina il loro comportamento elettorale. Il lavoro autonomo vota in prevalenza al centro e a destra. Quello dipendente vota centro sinistra e sinistra, ma solo da una fascia di reddito in sù. Un terzo dei lavoratori precari è tentato dall'astensionismo. Più che i sondaggi, lo dice la storia recente italiana: per il pane e il burro il campionato sarebbe anche aperto, ma nella partita dell'ultima imburrata i più sono propensi a mettere il coltello per spalmare in mano a Berlusconi. Salvo poi accorgersi che pensavano fosse la finale di Coppa dei campioni e ritrovarsi invece con in mano una Coppa Italia.

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