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PESCARA. Vittoria alla Camera e sconfitta schiacciante al Comune, e viceversa. Tutto in un giorno, tutto nella stessa urna. Tutto nel segno di una matita. Pd e Pdl, i partiti di Veltroni e Berlusconi, invertono nell'election day di Pescara i loro destini, trasformando la cabina elettorale in una sorta di gioco degli specchi. E' l'effetto del cosiddetto «voto disgiunto», che ha visto ancora una volta protagonista il sindaco bis Luciano D'Alfonso. I conti sono presto fatti: D'Alfonso ha vinto la sfida con gli altri dieci candidati sindaci portando a casa 41233 preferenze, il 50,34 per cento di quelli disponibili contro il 26,40 per cento del principale avversario, il candidato del Pdl Luigi Albore Mascia. Ma i voti complessivi della coalizione che sostenevano D'Alfonso (Pd, Idv e due liste civiche) si fermano a 34478 preferenze. Dunque, il neo sindaco ha raccolto ben 6755 preferenze personali in più rispetto alla somma dei voti di lista: una croce accanto al nome del candidato sindaco del Pd e una preferenza ad un candidato consigliere di una lista che non sosteneva D'Alfonso. Sono quasi settemila gli elettori pescaresi che si sono comportati così alle urne, utilizzando lo strumento consentito dalla legge elettorale del voto disgiunto. E molti di questi si presume siano elettori tradizionali del centrodestra, come conferma il confronto tra il risultato delle politiche e quello delle comunali. Anche qui sono i numeri a parlare da soli: nel voto per la Camera dei deputati, il Pdl ha raccolto 35235 voti, il 43,4 per cento delle preferenze, uno dei risultati più consistenti a livello nazionale per il partito di Berlusconi e Fini. Il Pd si è fermato invece al 34,5 per cento (28029 voti). Completamente diverso il risultato delle comunali, con il Pdl fermo al 24,66 per cento delle preferenze, quasi venti punti percentuali in meno rispetto al risultato del Parlamento. E questo significa che un elettore su tre ha espresso un voto diverso per le comunali e le politiche, con un effetto sovversivo per la politica pescarese. E' chiaro, infatti, che se il successo schiacciante del Pdl nel voto per il Parlamento fosse stato confermato anche alle amministrative, per il centrosinistra si sarebbe chiuso un ciclo di cinque anni che proprio Luciano D'Alfonso aveva aperto nel 2003 rompendo l'assedio storico del centrodestra al Comune di Pescara e poi, con un effetto domino, alla Regione e nelle quattro province. D'Alfonso ha dunque «personalizzato» ancora una volta la scena politica e il fatto di essere saltato da una inaugurazione all'altra in questi cinque anni di governo della città adriatica, spiega solo fino a un certo punto quel che è accaduto domenica e lunedì alle urne. Perché anche alle comunali del 2003 fu ancora lui a sovvertire ogni prognostico, pur presentandosi alle urne da semplice consigliere regionale della Margherita, e dunque senza la prova del nove della governabilità, fatta eccezione per l'esperienza alla guida della Provincia conclusa più di dieci anni fa. Tra l'altro, contro un avversario fortissimo. Un uomo comunque nato sotto una buona stella, al di là di ogni abilità e merito personale, se è vero che il quorum del 50 per centi di voti più uno che ha consentito a D'Alfonso la vittoria al primo turno alle comunali (50,34 per cento il risultato finale), è stato raggiunto per soli 560 voti. Nel 2003 furono invece necessari i tempi supplementari del ballottaggio per consentire a Luciano D'Alfonso di strappare dalle mani dell'avversario le chiavi del Comune. Carlo Masci, lo sfidante del centrodestra per il quale Silvio Berlusconi in persona si prodigò con due comizi consecutivi a Pescara, ci restò malissimo. Ma anche in quella tornata elettorale fu sempre D'Alonso a trascinate la sua coalizione composta da oltre dieci liste, portando a casa circa 5000 preferenze personali in più della somma dei partiti. |