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Pescara, 23/05/2022
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Data: 30/05/2010
Testata giornalistica: Il Messaggero
Si andrà in pensione più tardi anche con 40 anni di contributi. E dal 2015 aumento di altri tre mesi, con revisioni triennali: dopo il 2020 a riposo a 67 anni

ROMA - Bisogna tornare al 1992 o al 1994, all'Italia della liretta o al primo Berlusconi in lite con Bossi, per raccontare di una mazzata così forte sul fronte delle pensioni. Allora successe un putiferio per il blocco di un anno delle pensioni d'anzianità e per tagli che in parte finirono per restare lettera morta. Invece il menù 2010 presentato dal governo è decisamente salato ma anche più raffinato di quelli precedenti. L'esecutivo si è mosso su ben quattro fronti. Il primo equivale alla rottura di un tabù: dal 2011 - sempre se il testo non sarà cambiato - per andare a riposo non saranno più sufficienti i 40 anni di contributi indipendentemente dall'età anagrafica. Scatta infatti la cosidetta "finestra mobile" che dà un'indicazione semplice: si va a riposo 12 mesi dopo il raggiungimento del requisito. Traduzione: con 40 anni di contributi si raggiunge il diritto per andare in pensione ma per poter lasciare effettivamente il lavoro bisogna lavorare un anno in più. Attenzione, però, qui al danno si aggiunge la beffa: dopo i 40 anni gli ulteriori contributi versati non fanno crescere la pensione se non in misura infinitesimale. Il secondo fronte d'attacco è quello delle pensioni d'anzianità e di vecchiaia. Qui le conseguenze del meccanismo della "finestra mobile" sono chiarissime. Per la vecchiaia si sale direttamente ai 66 anni (61 per donne) con un ritardo di sei-nove mesi rispetto a quanto previsto oggi. Con le regole attuali (fissate nel 2007) chi ad esempio è nato entro il 31 marzo va a riposo il primo luglio, quindi la soglia dei 65 anni viene superata da un massimo di sei mesi ad un minimo di tre mesi. Stessa musica per le rendite d'anzianità. Con le regole attuali i dipendenti andrebbero a riposo nel 2011 con quota 96, ovvero con 36 anni di contributi e 60 anni d'età oppure con 35 anni di contributi e 61 anni. Ebbene, dopo la manovra di fatto si passa a quota 97, perché bisognerà continuare a lavorare un anno dopo il "raggiungimento dei requisiti". Per gli autonomi - per i quali dal 2011 era prevista quota 97 - si passa di botto a quota 98 e mezzo. C'è poi il capitolo delle donne che lavorano per lo Stato. Per loro l'aumento a 65 anni (dall'attuale 61) dell'età pensionabile sarà raggiunto nel 2016 e non più nel 2018. Ovviamente anche per queste lavoratrici scatta la finestra mobile e dunque va previsto un'ulteriore anno di lavoro. Ma è il quarto punto quello destinato ad incidere di più nel lungo termine. Un punto non inserito nella manovra ma in un regolamento entrato in vigore un paio di giorni fa nell'indifferenza generale. Invece si tratta di una norma che cambierà la vita di milioni di italiani poiché lega l'età pensionabile all'aspettativa di vita dal primo gennaio 2015. In questo modo è già certo che fra poco più di 4 anni l'età pensionabile salirà di altri 3 mesi. Il regolamento prevede inoltre che il conteggio venga rifatto ogni 3 anni e questo vuol dire che con gli aumenti pressocché certi del 2018 e del 2021, nel 2024 gli italiani andranno in pensione a 67 anni. E' un traguardo importante, non solo per l'orizzonte lavorativo ma anche per il giudizio dei mercati finanziari e della Commissione Europea sui conti pubblici italiani. La Germania, tanto per fare un esempio, prevede di raggiungere i 67 anni nel 2027. Secondo il Tesoro questa operazione vale circa mezzo punto di Pil (7-8 miliardi di euro) dopo il 2025. E c'è infine un'ulteriore novità: i futuri calcoli previdenziali saranno differenziati fra maschi e femmine che, dunque, in futuro potrebbero andare a riposo dopo gli uomini visto che hanno un'aspettativa di vita molto più alta. Ma torniamo alla manovra. Una delle novità emerse nell'ultima bozza è la stretta sulle indennità d'accompagnamento che potrebbero essere concesse solo se l'invalidità supera l'85% e non più l'80%. Questo lascerebbe fuori buona parte delle persone che soffrono di sordità. Sembra confermato, infine, che le liquidazioni degli statali non saranno toccate ad eccezione di quelle più alte. L'eliminazione delle Province finirà infine nel Codice delle Autonomie.

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