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Pescara, 22/04/2021
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Data: 25/04/2006
Settore:
Cgil
25 APRILE, EPIFANI A MILANO - L'intervento del leader della Cgil in Piazza Duomo, a nome di Cgil, Cisl e Uil

Cari amici, care amiche, cari compagni, care compagne,
come ogni anno - come sapete - il mondo del lavoro è qui, a Milano, in questa piazza per ricordare la liberazione del paese, la riconquista della libertà e della nostra democrazia.
I lavoratori dettero un contributo essenziale alla Resistenza.
Si mobilitarono, scioperarono. Si mobilitarono perché finisse la guerra, perché il paese fosse libero dall'occupazione nazifascista, perché gli impianti produttivi e le infrastrutture decisive per il futuro del paese non fossero smantellati, distrutti, trasferiti fuori dai nostri confini.
Fummo l'unico paese in Europa - occupata e in guerra - a fare questo. Nessun altro lo fece.
Lavoratrici e lavoratori pagarono molto per questa scelta. In molti, moltissimi furono deportati, quasi un terzo di tutti i deportati furono lavoratori e lavoratrici, pochi tornarono.
Furono deportati uomini e donne, meccanici e tessili, ferrovieri, tranvieri, poligrafici, edili, chimici e tanti altri. Quei lavoratori potevano aspettare che altri si muovessero, ma non lo fecero. Presero su di sé il compito e l'anelito di fare, lottare, battersi per i diritti, la democrazia e la libertà.
Il paese - la nostra Repubblica - deve molto a quella generazione. E la Costituzione lo riconobbe. Non solo per il primo fondamentale articolo - la Repubblica è fondata sul lavoro - , ma in tutte le sue parti, nei suoi principi e nei suoi valori.
C'è qui una grande lezione per la nostra Italia di oggi. E per i giovani. Quel sacrificio fino al limite estremo, fu scelto e deciso per gli altri, per il bene comune, per la libertà comune. Non ci fu calcolo, non ci fu interesse individuale. Ma una sola grande passione civile messa al servizio della libertà di tutti gli altri e di quelli che sarebbero venuti, come noi. La nostra è di quei giovani che rappresentano il futuro.
Qui davvero c'è una lezione molto attuale. Senza polemiche, ma con fermezza: non scelsero per i propri interessi materiali, non votarono per quegli interessi, ma per idee e valori che riguardano tutti. Erano eroi, non altro.
La stessa scelta di tanti altri giovani e meno giovani che scelsero la via dei monti, quella della lotta armata, affiancando i reparti degli eserciti alleati.
E fu grazie a loro che si può dire che il paese fu liberato e insieme si liberò. E la differenza fra l'uno e l'altro è quello che ha marcato il fondamento della nostra Repubblica. Non un paese passivo, grato giustamente come lo siamo a chi, straniero, morì e si battè anche per noi. Ma siamo stati anche un paese che reagì, prese il suo destino nelle proprie mani. Si fece fabbro di se stesso e del proprio futuro.
Questo fu il cemento morale, civile e sociale della nuova Italia.
Questo costituì quell'unità di fondo, oltre le differenze di partito, di ideologia, di appartenenza, che visse nell'Assemblea costituente e si mantenne anche negli anni duri della divisione e della guerra fredda.
Il valore unitario del 25 aprile sta qui, in questo. Festa di tutti i cittadini italiani e anche di chi, migrante, qui lavora, qui paga le tasse, qui rispetta la legge, qui cerca di costruirsi un futuro. Unità - io credo - anche più forte di chi tenta di svilirne il senso, di dividere il paese su questo, di chi spera che il tempo cancelli memoria e forza di quei valori. Per questo non ci vogliono meno bandiere e meno colori. Ma più bandiere e più colori, se significa condividere e rispettare la nostra comune appartenenza e la nostra comune identità civile.
Il paese oggi è uscito da una campagna elettorale lunga e difficile. La grande partecipazione al voto è un segnale di vitalità e responsabilità democratica. Si deve ora formare rapidamente il Governo, che ha il dovere di attuare il suo programma, con la misura e il rispetto che si deve alle forze di opposizione. E queste devono rispettare l'esito del voto e misurarsi sul merito delle soluzioni che il paese attende.
Ci attende adesso un altro passaggio democratico. Il voto sul testo costituzionale, approvato nella passata legislatura.
Le tre confederazioni sindacali, Cgil, Cisl e Uil hanno dato un giudizio negativo di quel testo, come sollevarono più di un dubbio su qualche aspetto della riforma del Titolo V.
60 anni fa il paese con l'Assemblea costituente mise il primo mattone della nostra Costituzione. A tanti anni di distanza essa è più moderna che mai.
La sua prima parte è più completa del Trattato Costituzionale europeo. Su altre parti si può riformare e correggere qualcosa: più poteri alle regioni alle regioni certo, ma con la cooperazione, non con la divisione; il federalismo fiscale sì, ma tenendo conto delle parti del paese che hanno la metà del reddito delle altre parti più avanzate. Ritocchi alle prerogative e ai poteri del Capo dello Governo sì, ma senza ridurre i poteri di garanzia del Presidente della Repubblica e il ruolo e la centralità del Parlamento. E infine, non colpire l'autonomia, la funzione della Magistratura, la libertà e l'indipendenza dei magistrati, perché l'equilibrio dei poteri è la garanzia di ogni democrazia e di ogni libertà. Come va riconosciuto il ruolo delle rappresentanze sociali che vivono nella nostra società.
C'è bisogno in questi ambiti di una manutenzione riformatrice, che va fatta insieme, per mettere fine ad una troppo lunga transizione istituzionale.
Si può dire NO a quel referendum - e lo diremo - e fare una scelta di unità, per gli interessi superiori del paese.
E' anche un bel modo per celebrare questo nostro 25 aprile. Questa mattina a Porta San Paolo, a Sant'Anna di Stazzema, a Marzabotto, nei tanti luoghi di memoria della nostra religione civile si è ripetuto l'impegno e il giuramento di allora.
Perché la memoria non parla di quello che non c'è più, ma solo di quello che è stato e quello che è stato vive nella libertà che abbiamo e nella responsabilità che questo consegna a tutti.
Viva il 25 aprile, viva la Resistenza, viva la Costituzione, viva la nostra Repubblica.


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