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Pescara, 25/11/2020
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Data: 17/02/2007
Settore:
Cgil
VENTI ANNI FA, L'ATTACCO DEGLI AUTONOMI A LUCIANO LAMA - 1977. Università di Roma: Violenta contestazione al Segretario della Cgil. Il ricordo di Ottaviano Del Turco «Ebbe il coraggio di mettersi in gioco» Il discorso di addio del 1986

Fu il giorno più brutto di Luciano Lama quel 17 febbraio di trenta anni fa. Lui non era abituato a parlare dei suoi momenti di difficoltà e di crisi. Parlava più volentieri del giorno più bello della sua vita, il 7 novembre del 1944, quando entrò a Forlì alla testa del suo battaglione di partigiani per liberarla dai fascisti e dalla Gestapo. E, forse, la nostra grande amicizia stava in questa singolare coincidenza: mentre Lama liberava una città del nord, nello stesso giorno io nascevo in Abruzzo liberato da uomini come lui. Ma di quel giorno del febbraio del '77 non volle più parlare per tutto il resto della sua vita. Accadde tutto in 60 minuti.
Ma la tragedia che si consumò in quella livida mattina d'inverno veniva da lontano. Pier Paolo Pasolini ne aveva colto genialmente la genesi tanti anni prima (giugno 1968) a Valle Giulia in quella giornata di «fragole e sangue» che mise, gli uni contro gli altri, poliziotti e studenti. E in mezzo dieci anni di guerra civile sfiorata e mai dichiarata. Il 17 febbraio del 1977 nel piazzale della «Sapienza» l'università di Roma, Luciano Lama si presentò puntuale a quell'appuntamento voluto, fortissimamente voluto, da un gruppo dirigente del sindacato romano (con poche eccezioni) che pensava di riconquistare il diritto a dialogare con gli studenti, schierando l'icona più autorevole del mondo del lavoro, quasi il simbolo della lotta nelle tute blu. Lama non comprese subito che l'agguato riguardava lui e solo lui. Non riusciva a sentirsi «simbolo» ma solo leader di un movimento che aveva ricostruito dalle rovine del dopoguerra.
E che si trattasse di un agguato, lo scriveva poco tempo dopo in una bella e graffiante canzone, un cantautore anarchico, Fabrizio De Andrè. «Ed ero già vecchio quando vicino a Roma a "Little Big Horn"/ Capelli Corti Generale ci parlò all'università/ dei fratelli "tute blu" che seppellirono le asce./ Ma non fumammo con lui: non era venuto in pace...».
E la metafora di «Little Big Horn» funzionava perfettamente: «Capelli Corti Generale» era Luciano Lama; gli studenti erano gli indiani Lakota (più familiari come Sioux) ed il portone dell'università romana diventava il piccolo ruscello attraversato dal generale Custer che costerà la vita a lui ed al suo reggimento.
Luciano Lama sentiva dall'atmosfera che qualcosa non andava. Era nervoso e sembrò quasi rassicurarsi, ascoltando, con improbabile interesse, i due discorsi che precedevano il suo. Il primo del segretario romano della Cisl, il secondo del leader locale della Uil. C'era brusio nella piazza ma lui era abituato a quella differenza d'ascolto: quando toccava a Lama si faceva sempre un gran silenzio. Quella volta fu diverso. Appena provò a parlare si levò un urlo fatto di insulti e di slogan scanditi male. L'insieme era un frastuono assordante che rendeva l'atmosfera tesa e quasi surreale.
I dirigenti sindacali sul palco compresero solo allora quanto fossero giuste le riserve espresse da uno di loro: era Enzo Ceremigna, un operaio della Rca che diventò prima segretario della Cgil e poi deputato. Si era sforzato di spiegare che sarebbe andata così, ma di fronte a quello stato delle cose, prese a dirigere le operazioni del servizio d'ordine, assolutamente inadeguato a reggere l'urto degli studenti.
Si decise allora di chiedere a Lama di accorciare il suo intervento. Quel giorno avrebbe mangiato il microfono per farsi sentire, ma anche l'amplificazione funzionava male. Solo con una piazza silenziosa sarebbe stato possibile farsi ascoltare. Ma quella piazza era un inferno di rumori e, comunque, nessuno aveva voglia di sentire e di capire: solo fischiare ed urlare! Lama lasciò l'università con la scorta rigida degli operai della Fatme e di un gruppo di militanti del Pci. I dirigenti sindacali lo riportarono a corso d'Italia e lui non disse una parola. Più dei fischi, in Lama rimase l'amarezza dei tanti che cominciarono a storcere la bocca. Il mondo politico era pieno di «profeti del giorno dopo», di gente, cioè, che racconta le cose dopo che esse accadono. Ma era toccato a Lama mettere la sua faccia e la sua bellissima storia personale contro quella finta rivoluzione di «figli di papà» come li aveva bollati Pier Paolo Pasolini dieci anni prima. Per tutti gli anni in cui abbiamo lavorato assieme lui non volle più parlare di quella mattina di febbraio.
E mentre ne scrivo avverto lo stesso magone che ho provato quel giorno. Debbo a Lama anche questa lezione: il coraggio di mettersi in gioco senza contare ogni volta applausi e fischi. La storia, prima o poi, metterà in ordine i conti di tutti.

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