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Data: 17/09/2015
Settore:
Cgil
CGIL, È L’ORA DEL CAMBIAMENTO - Nino Baseotto : «Siamo convinti sostenitori delle riforme, a patto che esse siano tali e non spostino indietro le lancette della nostra storia» - Preleva la relazione di Baseotto - Guarda gli interventi - Cgil, operazione trasparenza: Camusso guadagna 3850 euro

Susanna Camusso chiude i lavori della Conferenza di organizzazione. Meno burocrazia, centralità del territorio: le priorità dell'azione futura. Da qui al congresso la sfida del rinnovamento. A Cisl e Uil: “Mobilitiamoci sulle pensioni”

“La crisi dell’Europa è la crisi del pensiero economico. Si è accettato che il tema principale fosse la crisi del welfare e non la crescita delle diseguaglianze. Stiamo in presenza, in realtà, di una crisi profonda del capitale, incapace di modernizzarsi, come è evidente con il modello dell’austerity”. Ha preso le mosse dai temi dell’Europa, della crisi e delle contraddizioni del capitalismo la relazione con cui Susanna Camusso, segretario generale della Cgil, ha chiuso i lavori della Conferenza di organizzazione della confederazione di corso d’Italia, che si è tenuta il 17 e 18 settembre all’Auditorium Parco della musica di Roma.

È la crisi più profonda della sua storia, quella che l’Europa sta attraversando. “Si è diviso e frantumato il lavoro, si sono contrapposti gli uni agli altri, si è imposta la logica dell’austerity. I lavoratori sembrano non farcela più, non per colpa dei migranti, ma della sensazione che i problemi si moltiplichino e non si risolvano”. Il tema, dunque, è quello “della ricomposizione, che è anche tema sociale”. Basta pensare “al Trattato transatlantico sul commercio e sugli investimenti – ha aggiunto la leader della Cgil –: ––Dentro il Trattato c’è l’idea che la finanza e le multinazionali non hanno più territorialità, e in questo c’è la fine delle politiche europee”.

Nella gestione (sbagliata) della crisi vanno evidenziate le responsabilità da parte della politica: “Se mettiamo in ordine quelle responsabilità – ha proseguito Camusso – non possiamo dimenticarci le scelte dell’attuale coalizione di governo, né quelle della Commissione Ue, più o meno dello stesso segno da anni, che ripropongono sempre le stesse risposte”. Per la Cgil c’è difficoltà a ritrovarsi anche con la sinistra, e proprio nei presupposti fondamentali: “Noi vogliamo misurarci sulla disuguaglianza, sui diritti costituzionali, sul contrasto alle riduzione dei salari. Se chi lo fa è considerato uno che frena la crescita, allora sì, siamo conservatori, freniamo, perché la strada dell’austerità non ci porta da nessuna parte”.

Quale politica contrapporre? “Dobbiamo interrogare la politica – ha insistito Camusso – a partire proprio dalla sinistra, provando a riscoprire il pensiero alternativo. La stella polare, l’obiettivo di un’organizzazione sindacale, è il lavoro e l’occupazione. Le nostre politiche vanno giudicate su questi temi, dalla straordinaria battaglia politica perché il lavoro torni a essere centrale”. Subito dopo, la relazione del segretario della Cgil ha virato sullo spinoso tema delle pensioni: “Intervenire sulle pensioni ha un costo, perché è una scelta politica che sposta risorse verso il basso, ma c’è una cosa in più che si potrebbe fare: costruire dinamiche di solidarietà diverse, perché ci sono divari tra gli stessi lavoratori”.

“Siccome è stata fatta una legge sbagliata – ha continuato Camusso –, abbiamo persone che devono pagarsi la pensione con penalizzazioni e prestiti. Per questo, riteniamo che le pensioni debbano essere al primo punto della legge di stabilità, e lo dico a Furlan e Barbarballo: su questo, organizziamo una grande mobilitazione unitaria”. Sempre a proposito della legge di stabilità, “dobbiamo avere la forza di dire che una sola questione è fondamentale: cosa ci sarà sulle pensioni, ovvero che si inverta il trend attuale e che ci sia la possibilità per giovani uomini e giovani donne di entrare nei luoghi di lavoro tradizionali, dove non si esce più per turn-over, ma dove si sta per un tempo di lavoro infinito, e non si sa più nemmeno quanti anni di contributi bisogna versare per uscirne”.

Nel contempo, ha sottolineato il numero uno di corso d’Italia, “dobbiamo dare una risposta a chi si aspettava di andare in pensione a 60 anni e a 66 sta ancora lì. Sappiamo bene che c’è una relazione tra chi va in pensione e quale lavoro fa, ma se non introduciamo una flessibilità, i giovani non avranno nessuna pensione, perché non avranno i contributi sufficienti per arrivarci. Ci hanno detto che l’Europa non ne vuole discutere, ma l’Unione ci dice che non si può toccare neanche la legge sulla casa”.

Anche il fisco, per Camusso, deve diventare tema di azione unitaria con Cisl e Uil. Ma bisogna essere chiari: “Lo slogan ‘meno tasse’ è di straordinario successo in questo paese, anche quando è evidente che da quel ‘meno tasse’ agli italiani non viene niente; anzi spesso derivano meno servizi e meno sanità”. Questo non vuol dire che il tema della riforma fiscale non vada affrontato, ma “bisogna capire qual è la bussola con la quale ci si muove, perché ogni giorno il presidente del Consiglio dice che toglie una tassa, ma senza mai specificare da dove prendere le risorse”. “Anche dire meno tasse sul lavoro – ha aggiunto Camusso – è generico, perché magari poi scopriamo che si toglie Irap a banche e grandi imprese. E allora occorre ridurre tasse ai redditi bassi da lavoro e alle imprese, ma non a pioggia, bensì a quelle che investono in sviluppo e innovazione”.

Tra i temi di immediata azione sindacale toccati nell’intervento del leader della Cgil non poteva mancare il Sud: “Dobbiamo aprire una vertenza: non aspettare il masterplan del governo. Proviamo a sfidare i presidenti delle regioni meridionali a non commetter l’errore che fanno gli Stati in Europa, dove ognuno va per proprio conto cercando di trarre qualche vantaggio per il proprio territorio”. Bisogna provare a dire che anche per il Sud “c’è una relazione forte tra qualità del lavoro e contrattazione e che, per questo, il tema del rinnovo dei contratti, pubblici e privati, non riguarda solo altre zone più ricche del paese”.

Sul delicato versante della contrattazione, il messaggio che il numero uno della Cgil ha lanciato a Cisl e Uil “è un messaggio unitario: dobbiamo rinnovare i contratti insieme. Mentre il messaggio che lanciamo a Confindustria è molto più esplicito: se vogliono rinnovare i contratti per davvero, la smettano di bloccare le trattative”. Con Cisl e Uil “dobbiamo costruire una proposta unitaria, che non sia solo delle segreterie, ma che coinvolga anche le categorie. Dobbiamo discutere tutti insieme, e interrogarci sui livelli e i modelli della contrattazione. Perché il tema non è solo quello dell'indicatore del salario”.

L'idea che abbassare i salari aumenti la produttività è, a giudizio di Camusso, “un falso”. “In realtà dobbiamo alzare la qualità della produzione. E per farlo dobbiamo puntare alla formazione professionale e a retribuzioni corrispondenti alla qualità del lavoro. Questo il vero punto di dissenso che abbiamo con Confindustria”. Il punto è che, per agganciare la ripresa, “abbiamo bisogno di una qualità diversa del nostro sistema produttivo. E in tutto ciò, il ruolo dei lavoratori è fondamentale. Il vero passo avanti che bisognerebbe fare è affermare che investimenti e occupazione sono la leva per ricostruire il sistema industriale italiano”.

A questo punto la relazione del segretario generale Cgil è scivolata sui temi propri della Conferenza di organizzazione: “Dobbiamo imparare a conoscerci e ascoltarci – ha detto -. Per questo il tema del territorio non è solo una riflessione organizzativa, ma è anche il punto dove ci si ritrova e riconosce per partecipare assieme”. “Ci siamo interrogati nella conferenza su che cosa siamo – ha proseguito Camusso -. Abbiamo cercato un modo di raccontare la nostra storia. La Cgil è sempre stata un movimento e un’organizzazione, e la sua storia è stata sempre questa: trovare un punto di equilibrio tra essere un’organizzazione ed essere nel movimento. Dobbiamo trovare il nuovo equilibrio rispetto al cambiamento che c’è intorno”.

Ma perché la Cgil duri come organizzazione di massa che si misura col cambiamento, assicurando partecipazione e discussione, “serve la democrazia di mandato che permette a tutti di ricollocarsi, e all’organizzazione stessa di parlare col movimento”. “La nostra conferenza - ha ammesso Camusso - è sicuramente in ritardo. E tuttavia, nonostante un processo faticoso, alla fine abbiamo costruito il percorso, abbiamo fatto la scelta di andare avanti nel cambiamento. Si poteva fare di più, ma intanto il segno del cambiamento è la riduzione della burocratizzazione e della verticalizzazione della nostra organizzazione: non è stata una banalità”.

Il nostro, ha sottolineato Camusso, “non è un cambiamento che stravolge tutto e non cambia nulla. Al contrario, siamo molto attenti a restare sempre una grande organizzazione: allora, invece di frenarci tra noi, ingaggiamo tutti insieme la sfida di cambiare. Proviamo a sperimentare, poi dopo il congresso valutiamo se la strada intrapresa è quella giusta”. Intanto, bisogna ricominciare a fare proselitismo nei luoghi di lavoro: “Il sindacato deve misurarsi con gli ‘ultimi’. Oggi questi ultimi sono i migranti, le vittime di caporalato e lavoro nero. La lotta al caporalato deve diventare una pratica quotidiana. Dobbiamo uscire dalle nostre tane e insicurezze, giocare tutti sullo stesso territorio”.

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