Altri tre vaffa. Per Beppe Grillo i problemi dell'informazione in Italia si risolvono così: «Abolizione dell'ordine dei giornalisti di Mussolini, cancellazione del finanziamento pubblico di un miliardo di euro all'anno all'editoria, abolizione della legge Gasparri e del duopolio Partiti-Mediaset (tra poco Mediaset-Mediaset)». La formula è la stessa già sperimentata nel primo V-day dello scorso 8 settembre: banchetti in 400 città italiane per raccogliere le firme di tre referendum che non si terranno mai. E spettacoli in piazza, con il comico genovese a fare da mattatore.
Quel che cambia, rispetto a sette mesi e mezzo fa, è la scelta della data. Il 25 aprile non è un giorno qualsiasi. Non è neanche l'8 settembre: l'anniversario di un inglorioso armistizio da sbattere in faccia ai politici. È il giorno della Liberazione, tradizionalmente dedicato alle celebrazioni istituzionali e ai grandi cortei organizzati da partigiani e sindacati con decine di migliaia di cittadini. Per Grillo, evidentemente, vecchiume da archiviare in soffitta. Una provocazione che per qualcuno suona come uno schiaffo alla memoria nazionale. Le manifestazioni, stavolta, vuole convocarle lui: «Il 25 aprile ci siamo liberati dal nazifascismo - declama dal suo blog - 63 anni dopo possiamo liberarci dal fascismo dell'informazione. E' più difficile di allora. Non ci sono più fucile contro fucile, bomba a mano contro carro armato. La lotta è tra le coscienze addormentate e la libertà di pensare, tra chi non vuole più volare e chi non può rinunciare al cielo. Il 25 aprile possiamo cambiare il Paese». Ma nel Paese qualcuno non ci sta. Il profeta dell'antipolitica, stavolta, trova un muro a sinistra.
A Torino, dove Grillo ha convocato per le 15 il suo comizio - show, le piazze saranno due. A poche centinaia di metri una dall'altra. In risposta al V-day convocato in piazza San Carlo (sul palco una ventina di ospiti tra cui Marco Travaglio), un gruppo di intellettuali del capoluogo piemontese ha lanciato un appello per una contro manifestazione che si terrà, alla stessa ora, in piazza Castello. Per il 25 aprile, in difesa della Costituzione. Alla raccolta di firme, promossa dal deputato Ds Stefano Esposito hanno aderito anche l'avvocato Carlo Federico Grosso, l'ex presidente della Corte Costituzionale Gustavo Zagrebelsky, il vicepresidente della Consulta Guido Beppi Modana e lo storico Giovanni De Luna.
Dal mondo politico, dopo la sorpresa per il primo exploit grillino, generica freddezza. Due sole le eccezioni: Antonio Di Pietro e Marco Pannella. Il primo annuncia che il 25 aprile sarà a Milano per firmare i tre referendum. Il leader radicale «mette a disposizione il patrimonio di battaglie» del suo partito e lancia un allarme: «Occhio agli scherzi di un regime che per decenni ha affinato le armi dell'eversione antireferendaria. Abbiamo già inviato a Beppe Grillo un documento sui rischi di annullamento di regime delle firme in ragione della data scelta»».
In realtà la normativa è chiara. A regolare la materia è una legge del 1970 secondo la quale «non può essere depositata richiesta di referendum nei 6 mesi successivi alla data di convocazione dei comizi elettorali per l'elezione di una delle due Camere». Visto che i comizi elettorali sono stati convocati con decreto del presidente della repubblica il 6 febbraio, le firme dovrebbero essere depositate solo a partire dall'8 agosto. Le norme stabiliscono, inoltre, che per raccoglierle si ha tempo tre mesi a partire dalla data di vidimazione del modulo: ed ecco allora che la raccolta potrebbe partire al più presto dall'8 maggio. Quelle raccolte nel giorno della Liberazione sarebbero quindi nulle.