Nuova fuga dal titolo sceso del 13,62%. Possibile ruolo di Sviluppo Italia dopo un incontro dell'ad Arcuri con Gianni Letta
ROMA. I soldi sono in arrivo. Trecento milioni di euro incassabili perché ieri la Gazzetta ufficiale ha pubblicato il provvedimento di concessione. Prima del parere dell'Unione europea. Prima che si invelenisca il clima fra Roma e Bruxelles. Non sono piaciute, alla commissione, le parole sprezzanti di Silvio Berlusconi anche se, per bon ton è stato sottolineato, nessuno le ha commentate. Intanto il premier in panchina ripete la sua parole d'ordine: sacrifici.
Insomma la ricetta è sempre la stessa e si capisce sempre meno perché aver tagliato i ponti ad Air France.
Novità non ce ne sono, e la questione si potrebbe chiudere qui. Invece proprio l'assenza di novità sta imponendo nuove sofferenze alla compagnia aerea di via della Magliana. Sul tavolo del presidente Aristide Police non sono arrivate manifestazioni di interesse. Anzi. Ieri una smentita secca di Lufthansa - «nessun contatto con il governo italiano», è stato fatto sapere dalla Germania dove evidentemente si è soddisfatti degli accordi in atto da tempo con AirOne di Carlo Toto - ha gettato di nuovo la Borsa nello sconforto. Alle contrattazioni scarse della giornata festiva si è aggiunta per Alitalia una fuga dal titolo che ha perso il 13,62% chiudendo a 0,501.
Il tracollo di Alitalia sta diventando una preoccupazione per molti.
Dopo Ryanair e Sas anche British Airways ha fatto sapere di avere intenzione di vigilare sulla natura, l'entità e la durata degli aiuti ad Alitalia. Il sospetto è di «aiuti di Stato», vietati dalla liberalizzazione del 1997, ripetutamente aggirati dall'Italia per tenere in vita la sua compagnia di bandiera soprattutto dopo l'appesantimento imposto dalla duplicazione tra Fiumicino e Malpensa.
Proprio Malpensa continua a essere oggetto del contendere. Il piano industriale dell'ex presidente Maurizio Prato, che si sta intanto applicando, ne cancella la destinazione, lasciando Linate come solo aeroporto milanese per Alitalia. Tutto il centrodestra, Berlusconi in testa, vuole restituire lo scalo ai lombardi. Le cifre consiglierebbero di no, ma il leader del Pdl conta di trovare la soluzione in «qualche mese». Detta così significa poco. Non ha neppure la sostanza più volte annunciata e mai confermata, di una cordata tricolore pronta a salvare la prima compagnia nazionale (non di bandiera perché quelle non esistono più dal 1997).
Fra le soluzioni, si è ventilato, potrebbe esserci la scesa in campo di Sviluppo Italia, unico azionista il ministero del Tesoro. Notizia che ha raccolto solo «no comment» anche se un incontro fra Gianni Letta - vero plenipotenziario politico di Berlusconi - e Domenico Arcuri, amministratore delegato di Sviluppo Italia, c'è stato. E se nella società fanno notare che lo Stato è il padrone e ha tutto il diritto di decidere dove investire. Una soluzione del genere piacerebbe all'Europa? In linea di principio sì, poiché Sviluppo Italia è di fatto una società privata e deve rispondere alle logiche del mercato.