Non si arrestano le polemiche sulla pubblicazione dei redditi 2005 sul sito dell'Agenzia delle entrate. I dati sono stati in seguito cancellati dal sito, ma ne è proseguita la diffusione sulle piattaforme di p2p. Se le associazioni dei consumatori sono unanimi nel criticare la decisione di rendere di pubblico dominio le cartelle fiscali degli italiani, non concordano affatto sulle eventuali contromisure da prendere. Il Codacons, infatti, ha presentato una richiesta di risarcimento di 20 miliardi di euro al Pubblico Ministero di Roma che indaga sulla vicenda.
Molto diversa invece la posizione di Federconsumatori, il cui presidente Rosario Trefiletti ribadisce la "contrarieta' alla pubblicazione degli elenchi", ma allo stesso tempo fa sapere che la sua organizzazione non avvierà "alcuna iniziativa di contrasto, di carattere penale o civile, nei confronti dell'Agenzia delle entrate, ne' intendiamo effettuare richieste di risarcimento, in quanto riteniamo che non siano questi gli strumenti appropriati per risolvere una questione cosi' delicata e complessa". "Riteniamo, pero' - spiega sempre Trefiletti - che sia possibile individuare altre strade per combattere l'evasione fiscale, migliorando l'efficienza della macchina fiscale attraverso il rafforzamento del rapporto tra Agenzia delle Entrate ed Enti Territoriali. Spettera' in ogni caso al Garante della Privacy ed alla Magistratura valutare l'opportunita' della pubblicazione di tali elenchi".
Diverso l'umore in casa Cgil, dove la polemica in corso è giudicata "pretestuosa e strumentale". Lo afferma la segretaria confederale, Marigia Maulucci, secondo la quale bisogna guardare "alla sostanza". "In tutta questa storia - dice Maulucci - la parte di contribuenti che noi rappresentiamo è interessata alla trasparenza di dati che mostrano non solo l'urgenza e la cogenza della lotta all'evasione fiscale, sulla quale non bisogna assolutamente abbassare la guardia, ma anche l'abnorme divaricarsi della forbice della disuguaglianza, che da anni denunciamo e che costituisce l'asse strategico della nostra rivendicazione politica e contrattuale".
"Alla luce di ciò - prosegue la dirigente sindacale - risulta pretestuosa e strumentale la polemica innescata in questi giorni". Per la sindacalista quello dell'Agenzia delle entrate è stato "un atto dovuto e, aggiungiamo, normale e civile per un Paese che intenda emergere da una giungla di furbizie, pelosità, mezze verità. Assolutamente incomprensibile e non condivisibile - conclude Maulucci - appare, infine, la richiesta di risarcimento avanzata da alcune associazioni dei consumatori, i cui aderenti avrebbero semmai tutto da guadagnare da scelte assunte in nome del rigore e della trasparenza".
Parlando con l'Adnkronos, il presidente nazionale del Garante del contribuente, Domenico Ciavarella, censura invece l'Agenzia delle entrate. ''Doveva prima consultarci'' -spiega -, come stabilisce la legge. ''Invece non si e' rivolta al garante, nessuno ci ha avvertito e non c'e' stata alcuna autorizzazione''. Secondo Ciavarella, dunque, è stato ''commesso un grave errore nei confronti della collettività": l'Agenzia ''doveva creare un codice di comportamento dialogando con noi. E inoltre avrebbero dovuto aspettare che il nuovo governo entrasse in funzione''.
Altrettanto netta la posizione presa da Francesco Pizzetti, presidente dell'Autorita' garante per la protezione dei dati personali, che in una lettera al quotidiano Repubblica ribadisce come "il fatto che l'Agenzia delle entrate non ci abbia consultato" sia "stato in questo caso particolarmente grave''. ''Non è imputabile all'Autorità'', aggiunge Pizzetti, il fatto che per le caratteristiche proprie di Internet in poche ore decine e decine di utenti in tutto il mondo abbiano scaricato e conservato quei dati, che circolano in rete e ''sono oggetto di curiosita' di ogni tipo; vengono esaminati, trattati, schedati" e nessuno ne può "piu' controllare o proteggere l'uso''.
Il responsabile per le politiche fiscali di Alleanza nazionale, Maurizio Leo, ricorda invece che "l'Agenzia delle entrate in questa fase transitoria doveva svolgere solo funzioni di ordinaria amministrazione. Doveva quindi aspettare l'insediamento del nuovo governo, e del nuovo ministro dell'Economia, a cui spettava la decisione sulla pubblicazione on line delle dichiarazioni dei redditi". Per Leo dunque ''sono state commesse delle leggerezze che in futuro non si devono ripetere''.
"Politicamente non capisco perché si debba nascondere il proprio reddito. Si può ragionare sull'opportunità, ma non mi pare una violazione così paurosa". E' quanto ha detto invece il ministro degli Esteri uscente Massimo D'Alema, intervistato ieri nella trasmissione 'In mezz'ora'. Ha aggiunto però D'Alema che "della questione si sta occupando la magistratura, si tratta di vedere se questa modalità possa essere considerata violazione delle norme sulla privacy. Io non entro in questo aspetto che deve essere evidentemente valutato da chi se ne occupa".
Nettamente a favore della pubblicazione, invece, il ministro uscente della Solidarieta' Sociale, Paolo Ferrero: ''Non capisco cosa c'entri la privacy con le tasse - afferma l'esponente di Rifondazione comunista -, visto che e' con quelle che si contribuisce a finanziare lo Stato e ogni servizio pubblico. Se c'e' invidia e' perche' la differenza tra ricchi e poveri e' forte''. Per Ferrero "non si puo' sostenere che la pubblicazione dei redditi provochi invidia sociale, e' infatti vero il contrario e cioe' che la sperequazione e le differenze tra ricchi e poveri sono forti e concrete e percio' i numeri che fotografano questa differenza non possono che suscitare rabbia. Il problema e' questa differenza sociale - conclude Ferrero - e non la pubblicazione dei dati su internet''.