Si prepara una stagione difficile per il mondo dei trasporti. E non soltanto per il trasporto locale, chiamato dal nuovo governo a rilevanti sacrifici per sostenere il taglio dell'Ici e la detassazione degli straordinari (vedi a lato). Il caro petrolio, infatti, sta mettendo alle corde l'industria del trasporto aereo, della pesca e anche dell'autotrasporto dal quale, ricordiamolo, dipende circa il 90% del trasporto merci nel nostro Paese. Tanto è vero che i sindacati di categoria minacciano scioperi ad oltranza se il governo non offrirà risposte. E stendiamo un velo sul trasporto privato, che con la verde a 1,52 euro al litro e il gasolio lì vicino, minaccia di diventare una delle voci di costo più rilevanti per le famiglie. Ad aggravare il tutto, l'opinione diffusa degli osservatori che questo stato di cose è destinato a durare. Significa in pratica che il costo della mobilità, sia per lavoro che per svago, è destinato a rimanere molto alto a lungo. E questo dopo che si è volutamente spinto l'acceleratore su un modello di sviluppo basato sulla delocalizzazione: le merci, come le persone (ammesso che qualcuno oggi faccia ancora questa differenza) sono costrette a spostarsi per trovare un mercato. Ma così facendo devono sopportare costi via via crescenti che erodono i margini che avevano reso conveniente la delocalizzazione. Siamo alla vigilia di un nuovo movimento centripeto dopo anni e anni di esodo centrifugo? Presto per dirlo. Quello che appare chiaro è che nessuno sa come uscire da questa situazione. Spostarsi costerà sempre di più, ma saremo comunque obbligati a spostarci. Le famiglie dovranno tagliare su altri consumi. E infatti quelli alimentari sono in picchiata. Forse perché a pancia vuota ci si sposta più veloci.