Si prevede che a luglio il greggio salirà a 150 dollari. Il G5 invita tutti i Paesi a risparmiare energia
MILANO. Undici dollari di aumento in una sola seduta. Non era mai successo che il prezzo del petrolio salisse così improvvisamente in poche ore. L'altra sera a New York il greggio era quotato 139,12 dollari al barile e ora si scommette sul prossimo traguardo: 150 dollari. Davanti a questi prezzi, tutti gli scenari cambiano. Ci sono i conti da rifare, dai governi alle casalinghe, dagli automobilisti ai pescatori, tutti sono chiamati a porre mano alla calcolatrice. Da oggi tutti più poveri. Ieri in Giappone era in programma il G5, il vertice dei ministri dell'energia di Usa, Cina, India, Corea del Sud e, appunto, Giappone.
Insieme, questi stati, consumano il 50% dell'energia prodotta in tutto il pianeta. E insieme, questi stati, hanno lanciato un grido d'allarme. Nell'ordine, hanno detto che «bisogna rendere più trasparente e stabile il mercato, bisogna aumentare gli investimenti ecocompatibili, bisogna risparmiare energia».
Il precedente vertice sull'energia si era tenuto nel dicembre 2006 e, allora, il petrolio era a 60 dollari al barile. Anche allora si levò un grido d'allarme (il Fmi nel 2004 aveva previsto una profonda recessione economica se il petrolio avesse sfondato quota 50 dollari), ma ben poco è stato fatto.
Dalla riunione dei 5 ministri, adesso, arriva una richiesta a Cina e India. Quella di eliminare le sovvenzioni al mercato dei carburanti «che sono causa di forti distorsioni del mercato». Inoltre i due Paesi sono invitati ad aumentare le loro riserve «in modo da evitare squilibri negli approvvigionamenti».
Il segretario americano all'Energia, Sam Bodman, ammette che gli Stati Uniti «hanno difficoltà sul piano economico», ma non vede comunque una crisi petrolifera all'orizzonte.
A provocare i continui rincari, su questo sono tutti d'accordo, è la crescente domanda energetica da parte di Cina e India. Infatti le esportazioni dai Paesi del Medio Oriente sono stabili, così come i consumi in Europa e Usa, ma sono i due Paesi asiatici «che si accaparrano quote senza precedenti».
La valutazione è degli analisti di Morgan Stanley che ricordano anche il brusco calo subito dalle scorte americane (meno 35 milioni di barili da marzo a oggi). Dunque vedremo il petrolio a 150 dollari entro il prossimo 4 luglio, come sostiene la stessa Morgan Stanley?
In Italia ieri sono scese in campo due associazioni, Abusbef e Federconsumatori, per chiedere al governo di intervenire «con manovre strutturali e fiscali». E poi hanno fatto i conti: con il petrolio a 140 dollari al barile si abbatterà su ogni famiglia una «stangata» da 1.255 euro all'anno perché aumenteranno il "pieno" dell'automobile, ma anche luce e gas e le spese per il riscaldamento. Non solo, ma saliranno i prezzi dei generi alimentari, in genere trasportati su camion.
Sull'argomento è intervenuto Marco Tronchetti Provera, numero uno di Pirelli. «Il caro petrolio andrà a incidere su tutto, sui risultati delle imprese, sui consumi e sull'inflazione».
Come correre ai ripari? Ieri a Milano si è tenuto un convegno sul nucleare. Si è parlato delle centrali di «quarta generazione» in grado di produrre energia a basso costo e di ridurre le emissioni di Co2 nell'ambiente. «È indispensabile per risolvere il problema del caro-petrolio», hanno detto Umberto Quadrino, ad di Edison e Giuliano Zuccoli, presidente di A2A. Il dibattito sull'argomento è aperto.