«Una deregulation chirurgica del mercato del lavoro». Alle parole del ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, la platea degli industriali scoppia in un lungo applauso. E' «corrispondenza d'amorosi sensi» tra governo e Confindustria. «Il vostro programma è il nostro», era stata la chiosa di Berlusconi alla prima uscita pubblica di Emma Marcegaglia qualche settimana fa. E ieri la presidente degli industriali ha ricambiato, riconoscendo una piena «coincidenza dell'analisi dei problemi e delle soluzioni proposte»: «Ci sono le condizioni per cambiare il paese, ora o mai più». Berlusconi promette meno tasse per famiglie, imprese e lavoro, Sacconi parla di modifiche legislative («perché nessun incentivo finanziario può compensare un disincentivo normativo»). Via lacci e lacciuoli. «E' la fase post ideologica, evidente nella politica ma non ancora nelle relazioni industriali, oggi ispirate a logiche esoteriche», dice. «Esprimo un dissenso radicale con il ministro», sbotta il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani. Ma Sacconi tenta l'affondo: «La Cgil faccia attenzione, perché rischia di fare la fine della sinistra radicale».
Nessuna semplificazione, ma deregolazione vera e propria, Sacconi lo dice chiaro e tondo. L'elenco è lungo. Sui contratti a termine, il governo vuole tornare alla prima formulazione del protocollo del luglio scorso, perché «si deve poter derogare alla regola del diritto di precedenza, alle causali e al tetto di 36 mesi». Su flessibilità e orari di lavoro a dettare legge devono essere «le esigenze d'impresa», «e anche il part time va ricondotto nell'ambito di un accordo individuale tra le parti». Il lavoro a chiamata verrà ripristinato, mentre per il lavoro accessorio o occasionale (badanti e stagionali) Sacconi pensa ai voucher. E ancora: «Rimetteremo mano al testo unico sulla sicurezza sul lavoro, abrogheremo il modello di dimissioni volontarie varato dal precedente governo e cancelleremo tutti gli obblighi tra appaltante e appaltatore che dovranno essere rimessi alla volontà delle parti». «Come Bonanni - continua Sacconi - penso che sia necessario passare a una fase di collaborazione piena tra capitale e lavoro». La detassazione delle parti variabili del salario, contrattate o meno, va in questa direzione. E' una sperimentazione, che il governo intende portare a regime per tutto il lavoro dipendente. «E' già lì la riforma del modello contrattuale», dice Sacconi, aggiungendo all'elenco gli enti bilaterali («che possono arrivare a svolgere le funzioni della protezione attiva dei lavoratori»), e «perché no, la partecipazione dei lavoratori agli utili d'impresa, punto di arrivo della rivoluzione nelle relazioni industriali».
Emma Marcegaglia applaude ma nelle sue brevi conclusioni mette i paletti proprio su questo punto. Epifani, a margine, insorge. Raffaele Bonanni (Cisl) non entra nel merito e si limita a dirsi contrario «ad atti unilaterali nel mercato del lavoro». Ma non è per caso che Sacconi evoca il Patto per l'Italia del 2002 con Cisl e Uil, per concludere: «La Cgil deve pensarci bene, il suo problema è quello di non isolarsi dalle altre forze sindacali». Secondo l'ex ministro Damiano, quella prospettata da Sacconi è «una vera e propria controriforma». Ma il ministro del Lavoro tira dritto e conclude: «Sulla riforma del lavoro e delle pensioni possiamo pentirci solo di non essere andati più avanti nella scorsa legislatura. Non potremo più dirlo, perché ora siamo intenzionati a farlo».
Con premesse così Silvio Berlusconi, applaudito come non mai, preferisce rinsaldare la sintonia con le imprese. Sa che le aspettative sono altissime e la crisi economica è in arrivo. Così ammette subito: «Ora siamo in luna di miele - dice assicurando un 65% di gradimento - ma se non riusciamo che succede?». Ad angosciarlo soprattutto il super-euro e il petrolio alle stelle. Anche in un quadro simile la ricetta è la stessa di sempre: tagliare le tasse. Con una clausola per lui quasi inedita: si potrà fare solo se le pagano tutti. E se l'Italia non «cresce» il perché è semplice. «La colpa è della sinistra estrema che ha fatto delle proteste di minoranze organizzate un fatto di democrazia - attacca Berlusconi - le decisioni della maggioranza invece devono essere attuate senza che le minoranze possano contrastarle». Un esempio? «Occupare strade e aeroporti è una violenza contro lo stato, e lo stato deve usare la forza per far rispettare la legalità». Per fortuna, conclude, il Pd è ormai libero di approvare quelle che definisce «norme di buon senso».