Entro i prossimi 6-24 mesi si prevedono aumenti tra i 150 e i 200 dollari
MILANO. Il petrolio per un giorno rallenta la sua corsa. Anzi, arretra leggermente. Nessuno, naturalmente, si illude. «Sono prese di profitto9, dicono gli analisti. E che cosa sono le prese di profitto? Il petrolio, come ormai tutte le materie prime, non viene trattato materialmente (cioè chi compra petrolio o grano non si porta a casa i barili o i sacchi) ma tramite pezzi di carta, certificati o, in genere, documenti che ne attestano il possesso.
E allora, chi ha comprato questi certificati nelle scorse settimane, magari a 120 dollari barile, adesso li vende e si mette in tasca la differenza. Per questo, dopo l'impennata di venerdì a 139 dollari, ieri il prezzo del greggio è sceso: a New York il barile ha ceduto il 3% chiudendo a quota 134. «Nel complesso - spiegano gli esperti - lo scenario rialzista resta immutato. Il problema pricipale è la limitata capacità di produzione e, pertanto, prevediamo prezzi fra i 150 e i 200 dollari entro i prossimi 6-24 mesi. Ci sono delle aree di crescita, come il Brasile e l'Angola, ma l'offerta che arriva dai Paesi non aderenti all'Opec, non sta tenendo il passo con la domanda».
Uno degli analisti di Goldman Sachs sostiene, comunque, che «il mondo non è a corto di petrolio». Dice che il petrolio c'è, soprattutto in Arabia, Iraq, Iran, Venezuela e Russia, ma questi Paesi, in un certo senso, si «accontentano» dei prezzi attuali e non decidono di aumentare la loro produzione. L'impressione, è la sua tesi, è che i prezzi resteranno elevati finchè le economie dei Paesi in via di sviluppo non inizieranno a rallentare. Ad intervenire sulle risorse di petrolio è anche il presidente dell'associazione dei chimici inglesi. Dice che il petrolio è tutt'altro che finito e che i giacimenti mondiali sarebbero grandi il doppio rispetto a quanto sostengono le compagnie estrattive. Dunque le riserve sarebbero sottostimate proprio per tenere alti i prezzi. Sul prezzo del greggio è intervenuto ieri il presidente dell'Opec, cioè dell'organizzazione che riunisce i maggiori produttori. «Senza l'intervento della speculazione - ha detto - il petrolio costerebbe 70 dollari al barile. E, comunque, su un prezzo di 139 dollari, incide anche la debolezza del dollaro. Penso che una differenza di 40 dollari la faccia proprio la debolezza del biglietto verde americano». Di parere opposto il segretario Usa al Tesoro, Henry Paulson: «Gli investitori finanziari non sono responsabili in modo significativo dei cambiamenti di prezzo. Certamente hanno posto le loro posizioni al rialzo, puntano su un rafforzamento della domanda anzichè dell'offerta e stanno seguendo il trend».
In mezzo a tante discussioni, in serata è arrivata una proposta concreta. Viene dall'Arabia Saudita. «Siamo pronti ad incontrare i Paesi consumatori - dice re Abdullaah - e il nostro Paese è pronto a venire incontro alle richieste di aumento della produzione. Vogliamo riunire intorno a un tavolo chi il petrolio lo produce, chi lo consuma e le aziende che lo trasformano. Con loro parleremo delle cause e di come affrontare la situazione». Pressioni per aumentare la produzione sono arrivate ieri dall'Australia. «I Paesi del G8 devono fare pressioni sull'Opec», dice il primo ministro Rudd.