L'AQUILA - Due leggi finanziarie e di bilancio, 2008 e 2009, un piano di riassetto della sanità da chiudere nei tempi stabiliti, con un rientro del debito le cui regole saranno rimodulate a breve col governo di Roma, e in più un programma di fine legislatura impegnativo, con molti nodi da sciogliere: la realizzazione del termovalorizzatore, il petrolchimico di Ortona, il riassetto dei trasporti regionali, il raddoppio della Micron, l'investimento dei fondi europei per almeno un miliardo di euro. Insomma, un bel po' di carne a cuocere, tanto che sembra ovvia la domanda se la maggioranza attuale che sostiene Del Turco e la nuova Giunta ce la farà a tenere il passo dopo l'ultimo rimpasto. Perché una cosa sembra evidente: i numeri che all'origine rendevamo il centrosinistra alla Regione a prova di bomba (27 consiglieri) non danno più le certezze di un tempo, nel senso che quella di Del Turco sta diventando una maggioranza variabile: oggi c'è per questo provvedimento, domani potrebbe non esserci se le cose si complicassero per tensioni o dispute interne. E' vero che la minoranza non è comunque in grado di prevalere in termini numerici, e che il patto recente tra Luciano D'Alfonso e Gianni Melilla, leader della Sinistra democratica, rafforza in qualche modo Del Turco, ma i rischi il governatore li corre col numero legale e con le maggioranze qualificate necessarie, ad esempio, per i provvedimenti di bilancio.
«Nel centrosinistra -dice Nazario Pagano capogruppo di Forza Italia- niente è più sicuro dopo la sconfitta alle politiche. Nelle sue fila c'è una instabilità evidente. Non è un mistero che qualche consigliere si stia riposizionando e guardi ormai dalla nostra parte».
Vediamo allora che cosa sta succedendo. I tre consiglieri della neonata Federazione di centro (Liberato Aceto, Angelo Di Paolo e Antonio Verini) non danno più a Del Turco nessuna certezza. Si è visto quando si è trattato di votare la proclamazione di Paolo Palomba, subentrato a Mascitelli nell'Italia dei Valori. Sono stati loro far mancare il numero legale alla prima "chiama". Ma nell'aula in quel momento non c'era Bruno Evangelista, che due giorni dopo ha abbandonato l'Italia dei Valori per il clamoroso dissenso con Mascitelli e Di Pietro, e non c'era neppure Maurizio Teodoro, capogruppo della Margherita, in rotta ormai coi vertici del Partito democratico e sempre più in contatto col centrodestra, un vecchio amore che potrebbe riesplodere da un momento all'altro con pesanti ripercussioni sulla coalizione di centrosinistra a venti mesi dalle elezioni regionali.
Né è molto chiara la posizione di Franco Caramanico, estromesso dalla Giunta in occasione del rimpasto per far posto a Boschetti. Caramanico è diventato capogruppo dell'Unione, un contentino di Del Turco, dicono, che ha convinto Maria Rosaria La Morgia a farsi da parte. Ma Caramanico continua ad essere combattuto tra la fedeltà al proprio territorio (lo sostengono 40 sindaci) e quella al centrosinistra. Chi lo conosce bene dice che l'ex assessore è molto amareggiato, e non gli passerà per ora.