PESCARA. Occorrevano 60 minuti per arrivare da Penne al porto canale di Pescara con il trenino. La stazioncina della Fea era sulla riviera Nord ed era l'ultimo scalo del convoglio, che percorrendo 34 chilometri dall'entroterra vestino al mare ne faceva altri 13 di comodi scali: la sola Montesilvano ne contava 4. Già a metà degli anni '50, quando gli autobus presero a solcare le strade, quell'ora sui sedili di legno dei vagoni cominciò a sembrare un tempo esagerato, accorciabile con il trasporto su gomma. Così la gente iniziò a preferire il pullman: sulle curve tra Moscufo e Cappelle o tra le vie cittadine ancora poco trafficate il bus si muoveva agile e rapido e in 45 minuti andava da capolinea a capolinea. La Fea fallì in quegli anni e la Gestione governativa, subentrata, soppresse la linea nel '63. Di lì a 15 anni la situazione sarebbe radicalmente cambiata: la moltiplicazione dei mezzi privati sulle strade avrebbe complicato la circolazione, ingolfandola e rendendo ben più lento il bus. «L'errore più grande fu disarmare la linea», osserva Renzo Gallerati, curatore del volume sulla Ferrovia elettrica Penne-Pescara. «Oggi si parla molto di filobus, metropolitane di superficie con parcheggi di scambio alle periferie, mezzi ecologici. Il trenino della Fea nacque elettrico mentre tutti gli altri erano a vapore, aveva costi contenuti e non inquinava. Raccontare la sua storia aiuta a far capire che il trasporto pubblico, che è l'avvenire della mobilità, ha un passato importante. Possiamo imparare dagli errori, magari a non ripeterli».