«La vigilia di Natale in carcere il momento più drammatico»
MONTESILVANO. «Io vado in piazza con la coscienza pulita, a testa alta. Si vedrà dopo se tutto quello che ho fatto per Montesilvano, l'ho fatto con dolo oppure no. Intanto, la gente mi dice: "Sindaco, ci manchi". Io ho fatto un gran lavoro, ho dato tanto alla città. Oggi, invece, Montesilvano è in ginocchio». Si confessa Enzo Cantagallo. Il suo dramma, da sindaco a detenuto, lo racconta il televisione.
Al microfono di Paolo Minnucci, nella puntata dell'«Appetito vien parlando», Enzo Cantagallo parla a ruota libera. Passato, presente, futuro. Dopo il brindisi con il Trebbiano, attacca così: «Sono qui non tanto per parlare dell'inchiesta Ciclone, non è opportuno. Ma voglio dire grazie al mio avvocato che mi è stato vicino, grazie a Giuliano Milia. In 18 mesi non ho detto una parola», ammette l'ex sindaco, «e non la dirò fino a quando il 22 ottobre inizierà il processo: in quell'occasione dirò tutto». Ma l'ex sindaco non resiste alla tentazione, continua a parlare: «L'arresto? Nella vita ci può stare tutto, anche l'arresto. Ma fino a quel 15 novembre non l'avrei mai immaginato di finire in galera. Nonostante tutto, ho fiducia e rispetto nella magistratura, sono sereno. Aspetto con tranquillità il processo. Non ha avuto rispetto», così si toglie il primo sassolino dalla scarpa, «chi ha già fatto la sentenza affermando che Montesilvano è stata amministrata da una banda di delinquenti». Cita la Ferrari, il pianoforte e l'orologio d'oro: «E' difficile oggi contraddire il pensiero popolare. Ma sarà un risultato positivo». La parola d'ordine è «aspettare».
E il dramma dell'arresto come l'ha vissuto? «Passare dall'inaugurazione del monumento ai Caduti con tanto di fascia tricolore al carcere di San Donato, è sconvolgente. Non si può dimenticare. Un travaglio lungo: quattro mesi di galera, due in carcere e due ai domiciliari. Un'esperienza incredibile perché in carcere la vita finisce. Il carcere o ti uccide o ti dà la forza ma ho lottato per la mia famiglia». Ricorda un'esperienza drammatica, l'ex sindaco: «Quando ho visto mio figlio».
«La mia vita dal Ciclone è cambiata, passo la mia giornata pensando a quello che è successo. Il momento più brutto? La vigilia di Natale passata in carcere». Da qui l'ex sindaco ha capito la vera «essenza» della vita. Ma lei ha sbagliato o no? «Sbaglia soltanto chi fa. Chi sta fermo, se resta seduto, non commette errori. In 11 anni ho commesso errori, ma è molto diverso dalle accuse dell'operazione Ciclone».
«L'arresto, per la gente, è già una sentenza. Andare in carcere ti segna, molto di più rispetto a chi è indagato magari per motivi più gravi dei miei. Il mio ritorno tra la gente? Una sola esperienza negativa: ho incontrato una persona, un rappresentante delle istituzioni, che mi ha sputato sulla macchina». Ai colleghi politici, Cantagallo ha sempre detto: «Non andate a pregare in chiesa se poi venite in Comune a creare problemi». «Io in chiesa ci vado, pertanto, non serbo rancore a nessuno». L'ex sindaco ricorda la forza dei voti: «Nel 1995, 211 voti ultimo eletto nel Partito popolare, nel 1999 con 999 preferenze, sindaco nel 2003 con il 69 per cento dei voti. In dieci anni la gente mi ha votato perché ho raccolto le aspettative della città. Andare via da Montesilvano? Macchè, non voglio rinnegare più di dieci anni di lavoro». Addio alla politica, sì o no? «Il mio pensiero fisso adesso è riuscire al meglio a difendermi dagli attacchi. Questa è la partita più importante. Ma la politica ce l'ho dentro, si fa ogni giorno anche senza fare il sindaco».
Candidato sindaco alle prossime elezioni, è possibile? «E' utopia, fantapolitica. Altre persone, pur essendo indagate, continuano a fare attività amministrativa, nel mio caso è giusto dimostrare alcuni aspetti gravi dell'inchiesta». Il giudizio sulla giunta di Pasquale Cordoma non lo fa: «E' giusto che sia la gente a giudicare. Montesilvano tra quattro anni dirà la sua. Comunque, il teatro, il nuovo corso della città, il centro di aggregazione del Pp1 difficilmente saranno realizzati».
L'aspettativa di Cantagallo, per il processo che verrà, si coglie dal finale: «Dal colore del sangue a volte si pensa a una malattia, ma il sangue non si giudica dal colore. Ci vogliono analisi più approfondite per capire se uno è malato oppure no».