ROMA. A pancia bassa, Sabina Guzzanti alle 20 riscalda la platea di Piazza Navona mettendo i piedi nel piatto e dicendo quello che nessuno spettacolo televisivo le avrebbe consentito di dire. Ha detto, assai inelegantemente, quello che la piazza, quella piazza voleva sentire. E cioè che poco c'entra il moralismo con le intercettazioni telefoniche di Berlusconi, «perché mai e poi mai» si potrebbe censurare qualcuno per le proprie abitudini sotto le lenzuola. Ma è pur vero che pochi hanno la possibilità di nominare le protagoniste di queste attività ministro il giorno successivo.
«Io non sono moralista» ha spiegato l'attrice «non mi interessa la vita sessuale di Berlusconi, ma non può diventare ministro una persona che ha fatto prestazioni sessuali al presidente del Consiglio». Inutile far finta di essere «signore e femministe» e sostenere, come ha fatto Ritanna Armeni, che la similitudine con la Lewinsky è offensiva «per il semplice fatto che la Lewinsky nessuno ha pensato di farla ministro». Applausi dalla piazza che si è tolta un macigno dallo stomaco: l'obbligo di dover essere solidale con una donna, solo perché è donna, accantonando qualsiasi giudizio sulle vicenda.
Capelli raccolti sulla nuca, poca cipria non tanto da far sparire il lucido del sudore dalle guance, la Guzzanti non se ne è lasciata sfuggire una. Ha accusato il Vaticano («che grazie alla legge Moratti tra venti anni avrà la possibilità di scegliere un terzo del corpo docente») di perseguitare i gay. In fin dei conti ha giovato a Berlusconi una polemica senza senso, è sempre il suo giudizio, su un presunto rifiuto a far inaugurare al Papa l'anno accademico. «Ma chi l'ha detto che il Papa doveva inaugurare i corsi nelle nostre università?» si è chiesta la Guzzanti azzardando la previsione che Ratzinger tra 30 anni sarebbe andato all'inferno e sarebbe stato tormentato dai diavoli.
Guzzanti ha anche confessato di non aver votato per Rutelli, prima di parlare al microfono, perchè «lui fino all'ultimo ha detto di voler solo il voto dei cattolici e dei conservatori e io non volevo essere invadente...». Prima di lei, lo scrittore Andrea Camilleri aveva messo il dito sul grande assente, il Pd. «Sarebbe stato opportuno che il Pd fosse stato qui, ma io come sono stato qui a piazza Navona, sarò alla manifestazione del partito democratico. Per me che sono senza tessera, è più facile» e alla fine, a proposito delle buone intenzioni sbandierate da Roberto Maroni nell'imporre la schedatura delle impronte ai bambini rom, ha ricordato il poeta: «Sei così ipocrita che quando morirai, andrai all'inferno, ma dirai a tutti che sei in paradiso».
Intellettuali, attori e cantanti, intervenuti sul palco hanno detto che il momento è cruciale e drammatico. E non si può perdere tempo. «Non posso aspettare ottobre perché le cose stanno accadendo adesso e adesso dobbiamo manifestare il dissenso. Anche se non cambia nulla, voglio andare a dormire tranquilla», ha detto la cantante Fiorella Mannoia.
Era una piazza di gente orfana di partito, anche un po' disperata, senza l'entusiasmo che si poteva cogliere in altre manifestazioni quando si pensava di vincere e di essere nel giusto.
«Abbiamo il dovere di mantenere una mobilitazione permanente: dobbiamo vigilare», ha esordito Moni Ovadia. «Chiamano giustizialismo la legalità. Nessun politico democratico deve stare a questo gioco. La legalità costituzionale non può essere definita giustizialismo».