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Data: 23/06/2006
Testata giornalistica: Corriere della Sera
Bertinotti attacca: alzare l'età pensionabile? Crimine sociale

ROMA - Non ha voluto mancare alla presentazione del Rapporto sullo Stato sociale curato da Felice Roberto Pizzuti, economista della Sapienza, che Fausto Bertinotti stima molto. E ci ha tenuto a intervenire. Come presidente della Camera. Ma quello che ha detto non è molto diverso da quello che avrebbe detto se fosse stato ancora leader di Rifondazione comunista. Un discorso, quello di Bertinotti, all'insegna del giù le mani dalle pensioni, dove la terza carica della Repubblica ha bocciato alcune delle ipotesi circolate di recente per mettere un freno alla spesa previdenziale, dall'aumento dell'età per le donne, al taglio dei coefficienti di calcolo delle pensioni. E questo nel giorno in cui il ministro dell'Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, incontrando i vertici delle Regioni e degli enti locali ha sottolineato che proprio la previdenza è uno dei quattro settori critici della spesa pubblica, sul quale bisognerebbe comunque intervenire, a prescindere dalle esigenze di risanamento, perché caratterizzato da uno squilibrio strutturale. Alzare l'età pensionabile, ha detto Bertinotti, «sarebbe un crimine sociale perché non tutti i lavori sono uguali». «È vero che c'è una maggiore attesa di vita - ha concesso il presidente -, ma questa non è ugualmente distribuita su tutta la popolazione». E ha raccontato del «disagio» che prova quando incontrando gli operai suoi coetanei vede che dimostrano dieci anni di più. Ecco perché, secondo Bertinotti, non si può sostenere che dal momento che c'è un'attesa maggiore di vita sia necessario lavorare tre o quattro anni di più: «Chi glielo va a dire a un'operaia tessile?». Purtroppo, secondo il presidente della Camera, «alla fine delle analisi sul problema previdenziale emergono due soluzioni: o riduciamo i rendimenti o alziamo l'età pensionabile. Nessuna delle due prospettive mi pare esaltante», ha concluso.
Bertinotti ritiene invece possibile che accanto a un forte sistema di previdenza pubblica obbligatoria ci sia un settore di previdenza integrativa. E a questo proposito il Rapporto sullo Stato sociale contiene e sviluppa una proposta già accennata nel programma dell'Unione. Proposta volta a introdurre una fortissima novità: la possibilità per il lavoratore di destinare il Tfr, cioè l'accantonamento annuale per la liquidazione, non solo, com'è ora, ai fondi pensione integrativi, ma anche all'Inps al fine di far aumentare la pensione pubblica che alla fine si percepirà. Per ora la proposta è guardata con cautela e lo stesso ministro del Lavoro, Cesare Damiano, partecipando alla presentazione del rapporto, non si è pronunciato. Le simulazioni elaborate dai ricercatori guidati da Pizzuti dicono comunque che se questa possibilità in più fosse data, i lavoratori ne ricaverebbero un beneficio.
Ecco uno degli esempi. Si ipotizza che una parte del Tfr annuale, diciamo 5 punti, venga destinato all'Inps. In questo modo l'istituto di previdenza riceverebbe contributi pari al 38% (oggi è il 33% della retribuzione lorda). Il lavoratore che facesse questo, se andasse in pensione a 62 anni con 37 anni di contribuzione, avrebbe un assegno pari al 67% dell'ultimo stipendio, invece del 58% che avrebbe avuto senza il dirottamento parziale del Tfr all'Inps. Il tasso di sostituzione aumenterebbe dal 48% al 64% per chi andasse in pensione a 60 anni con 35 anni di contributi e dal 64% al 74% andando in pensione a 65 anni con 40 anni di versamenti. Un vantaggio ci sarebbe anche per le casse dell'Inps che, ovviamente, incasserebbe di più e, pur dovendo poi pagare le pensioni, visto che queste sarebbero calcolate col metodo contributivo (cioè in ragione di quanto versato) non dovrebbe subire squilibri nei conti.

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