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Pescara, 30/04/2026
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15/07/2008
Il Centro
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LA TRUFFA DELLA SANITA' IN ABRUZZO - Del Turco, dalla Marsica l'ultimo socialista. L'infanzia a Collelongo, nella Cgil con Lama, nel Psi con Craxi, nel Pd con Veltroni |
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È leader della Fiom Guida il Psi dopo Mani Pulite Marini lo porta alla Regione PESCARA. «Tra gli applausi arriva ogni tanto qualche bullone. I bulloni sono dolorosi, anche moralmente». Chi parla è un inconfondibile Ottaviano Del Turco: ironico, amaro, orgoglioso fino all'arroganza, con un tratto di narcisismo che farebbe fatica a smentire. Descrive con queste parole, in una intervista di qualche anno, il destino di Del Turco sindacalista, «uomo fortunato», perché «gode del contatto di grandi masse», ma per questo esposto anche agli attacchi e alla sconfitta. Un destino che torna a bussare nella sua vita. Marsicano di Collelongo, 64 anni a novembre, ottavo di otto fratelli, come testimonia il nome, pittore appassionato (la sua ultima uscita pubblica sabato scorso all'inaugurazione della mostra di De Chirico a Castelbasso), giocatore di scopetta (ha sfidato perdendo seccamente anche l'abilissino De Mita), Del Turco è da sempre socialista e sindacalista, anzi "vecchio socialista" («è la definizione che preferisco su tutte», ama ripetere). La politica entra subito nella sua vita. Quando è bambino la sua casa di Collelongo è la sezione della Camera del lavoro e del Partito socialista del paese. In un angolo della stanza il piccolo Ottaviano vede ammassati i sacchi di farina, lenticchie e fagioli che i contadini marsicani, i poveri cafoni raccontati da Ignazio Silone, pagano per l'iscrizione al partito e al sindacato di cui il padre "socialista-stalinista" è dirigente. Quando comincia a masticare politica, Del Turco, che dopo il diploma di scuola media lascia gli studi, si schiera subito con i socialisti riformisti, con gli autonomisti di Pietro Nenni, di cui il giovane e barbuto abruzzese diventa collaboratore strettissimo e in qualche occasione guardia del corpo, contro la corrente di sinistra dei Valori e dei Vecchietti, legati al Pci. A Roma arriva presto. Inizia l'apprendistato sindacale nella sede romana dell'Inca, l'Istituto confederale di assistenza. Nel frattempo per vivere lavora in una autoscuola e poi in un negozio di tessuti («Odiavo quelle donne che facevano tirar giù 40 pezze e io dovevo riarrotorarle tutte», racconta al suo intervistatore Claudio Sabelli Fioretti). Presto diventa sindacalista a tempo pieno nella Cgil. Nel 1968 entra nella dirigenza della Fiom. Scala tutti i gradini del sindacato, diventa segretario dei metalmeccanici, assume la carica di segretario aggiunto della Cgil durante la segretaria di Luciano Lama. È uno tosto che ama trattare. Ma dopo qualche anno si stanca. Nella Cgil non si sente più a suo agio, «ero troppo riformista», dirà. Dal 1992 si impegna nel Psi di Bettino Craxi. È l'inizio di Tangentopoli, che per lui arriva inaspettata. Confessa di non aver capito nulla del sistema dei finanziamenti ai partiti («pensavo che fosse per pagare gli stand al congresso», dice suscitando l'ironia del collega Gianni De Michelis che lo apostrofa con un goldoniano «scemo del villaggio»). Ma Del Turco sembra sincero, perché il ciclone Mani Pulite non lo sfiora e da nuovo segretario del Psi può occuparsi di liquidare gli ultimi scampoli del glorioso partito di Turati. Mentre Craxi si chiude nell'esilio di Hammamet la carriera di Del Turco ha un'accelerazione. Nel 1994 viene eletto alla Camera nella lista dello Sdi (Socialisti democratici italiani) nel collegio di San Lazzaro di Savena. È di nuovo in Parlamento nel 1997 eletto nel collegio di Grosseto per l'Ulivo. Guida la Commissione Antimafia, poi nel 2000 è ministro delle Finanze nel governo di Giuliano Amato. Propone l'abolizione dell'Irpef sulla prima casa ma di lui si ricorda soprattutto il concordato fiscale firmato dal tenore Luciano Pavarotti. Del Turco lo accoglie nel suo ufficio con un sorriso a 64 denti: il ministro ama il mondo dello spettacolo, i musicisti e gli attori, che frequenta nei salotti romani. Nel 2004 inizia la breve stagione da parlamentare europeo. Poi nel 2005 Franco Marini indica il suo nome alla presidenza della Regione. Per l'ex presidente del Senato è l'unico candidato in grado di mettere d'accordo il centrosinistra abruzzese. Del Turco accetta di rientrare in Abruzzo. Si rasa la barba, chiama accanto a sè Lamberto Quarta, segretario regionale dello Sdi di Enrico Boselli, e vince a mani basse contro il governatore uscente di centrodestra Giovanni Pace con lo slogan: una regione piccola può avere una grande politica. Una volta eletto si butta nella sua «battaglia della vita»: il risanamento della sanità abruzzese che affida a Bernardo Mazzocca. Nel frattempo rompe con lo Sdi e diventa prodiano. È uno dei 45 saggi nominati per la fondazione del Partito democratico di Veltroni. È un governatore deciso, a volte autoritario. Pretende e ottiene per tre volte dai suoi alleati l'approvazione della Finanziaria entro i termini e il via libera al piano di riordino della rete sanitaria, minacciando ogni volta le dimissioni. È popolare ma non è amato. Lui se ne fa una ragione: «Ho un cattivo carattere, ma almeno ho un carattere».
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