L'AQUILA. In tanti, ieri, alla notizia dell'arresto del presidente della giunta regionale Ottaviano Del Turco, sono tornati con la mente alla notte fra il 29 e il 30 settembre del 1992 quando un'inchiesta della Procura dell'Aquila mandò in carcere la giunta regionale guidata dal democristiano Rocco Salini.
Fu un terremoto politico giudiziario che segnò la fine della Dc (e del pentapartito) anche in Abruzzo. Va detto subito che di tutta quella vicenda, dopo i vari gradi processuali, nelle maglie della giustizia è rimasto ben poco. Dopo le condanne in primo e secondo grado la Cassazione rilevò la mancata dimostrazione del dolo specifico da parte degli ex amministratori in relazione all'accusa di abuso di ufficio, annullò la sentenza di secondo grado e chiese alla corte di Appello di Roma di rifare il processo. Alla fine tutti assolti. Il solo presidente Salini ebbe una condanna definitiva per un'accusa di falso. Negli atti dell'indagine non si fa mai riferimento a tangenti date o richieste, si accenna solo a "ritorni" di tipo elettorale, nel senso: tu, politico, fai un favore a me imprenditore e io ti farò avere a tempo debito i voti. Tutta l'inchiesta ruotava sulla presunta spartizione clientelare di circa 500 miliardi di vecchie lire che la regione aveva avuto dalla Comunità europea per favorire lo sviluppo economico dell'Abruzzo. Si trattava dei cosiddetti fondi Pop (programma operativo plurifondo).
I soldi vennero assegnati dalla giunta Salini a imprenditori ed enti pubblici che avevano presentato delle schede progetto per costruire alberghi, strutture ricettive, maneggi, piste ciclabili, avviare società.
La delibera della giunta Salini relativa all'assegnazione dei fondi Pop portava la data del 14 luglio del 1992, esattamente 16 anni fa. Il consiglio regionale, dopo i passaggi in commissione, l'approvò il 29 luglio. I primi dubbi su quella delibera li ebbe il comitato di controllo regionale che chiese a Salini in base a quale criterio fossero stati assegnati quei soldi e soprattutto se c'era la graduatoria che una legge regionale prevedeva. Salini rispose con una lettera che la graduatoria c'era (questa è l'accusa di falso che poi l'ex presidente si porterà fino alla fine dei tre gradi di giudizio) e tutto finì lì. L'estate passò senza ulteriori scossoni. A fine settembre un ingegnere di Ateleta, Francesco Mannella, scorrendo sul bollettino ufficiale della Regione (il Bura) l'elenco dei progetti ammessi a finanziamento, non trovò il suo, che prevedeva la costruzione di un albergo. Il 25 settembre 1992, di buon mattino, Francesco Mannella arrivò all'Aquila e andò direttamente a Palazzo Centi dove cercò un dirigente per chiedere spiegazioni sul mancato inserimento del suo progetto nell'elenco di quelli finanziabili. Parlò con Giancarlo Costantino il quale disse a Mannella che non c'era una graduatoria dei progetti. L'ingegnere se lo fece mettere per iscritto, uscì da palazzo Centi e andò a palazzo di Giustizia dove chiese di parlare con il sostituto procuratore Fabrizio Tragnone, in quel momento, di fatto, capo della Procura visto che il posto di procuratore era vacante dopo la morte, all'inizio di settembre, del titolare, Mario Ratiglia.
Tragnone incaricò la polizia giudiziaria di fare degli approfondimenti e il 28 settembre mattina il rapporto era sul suo tavolo.
La graduatoria non c'era, i fondi erano stati assegnati in base a criteri politici e non tecnici. Il 28 pomeriggio ci fu un summit in Procura all'Aquila, subito dopo Tragnone cominciò a scrivere di suo pugno (per evitare fughe di notizie) la richiesta di custodia cautelare per 9 degli undici componenti della giunta regionale. Alle 19,30 del 29 settembre, il gip Romolo Como firmò gli ordini di custodia. La prima tentazione degli inquirenti fu quella di andare ad arrestare gli assessori durante il consiglio regionale che quella sera era terminato intorno alle 21. Tragnone li fermò anche perché bisognava fare contestualmente le perquisizioni domiciliari. Alle 3 della "notte di San Michele" nel carcere dell'Aquila, che si trovava allora ancora nell'ex convento di San Domenico, cominciarono ad arrivare gli assessori. Il primo fu Giuseppe Lettere e poi Aldo Canosa, Filippo Pollice, Domenico Tenaglia (tutti Dc), Paolo Pizzola (Psi), Giuseppe Benedetto (Pli) e infine Ugo Giannunzio (Psi) e Romano Liberati (Psi, che era diventato assessore da poche settimane). Qualche giorno dopo finirono in carcere altri due componenti della giunta che non avevano partecipato alla seduta in cui si deliberò l'assegnazione dei fondi: Franco La Civita e Giuseppe Molino (entrambi Dc). Nell'indagine erano finiti anche altri politici tanto che mezzo consiglio regionale fu implicato nella vicenda. L'Abruzzo si trovò senza giunta regionale e ci furono giorni di totale confusione. Il caso Pop finì persino sulla prima pagina del New York Times. Salini fu sostituito alla guida della giunta regionale da Vincenzo Del Colle.