La riforma dei servizi pubblici locali approvata in commissione alla Camera fa piazza pulita di una grande ipocrisia scambiandola con un'altra. La prima era che i servizi pubblici, trasporto in prima linea, dovessero passare dalla cartina tornasole del mercato per ottenere la certificazione dell'efficienza. La seconda che l'in house rimarrà un'eccezione, e non quindi la regola. Due fandonie, a saper leggere la cronaca di questi dieci e passa anni che ci separano dal mitico decreto Burlando del ?97. I fatti ci dimostrano che la proprietà dell'azienda, se la politica non interferisce, non ha nulla a che vedere con l'efficienza della gestione, mentre i cosiddetti risparmi da gara sono spesso minori dei costi della gara stessa. Dal canto suo l'in house può funzionare meglio di qualunque gara, ma se diventa una scappatoia si rischia di tornare alla logica della vecchia azienda speciale, che tanti danni ha provocato. Il caso del tpl, poi, dimostra con chiarezza che la doppia ipocrisia non serve neanche a risolvere il problema di fondo del trasporto locale: la dimensione delle aziende che lo erogano. I grandi campioni europei, che hanno fatto capolino da un pezzo nel nostro sistema di trasporti, hanno un peso specifico di fronte al quale le aziende italiane fanno ridere. E chiunque abbia masticato un po' di economia aziendale sa benissimo che la dimensione dell'interlocutore è fondamentale per attivare economia di scala efficienti e capacità di contratto. Invece la politica ci ha proposto, da un parte, gare a go go e adesso microaziende che lavorano in house. Sarebbe stato più onesto dire che il tpl non è esattamente un problema urgente.