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Pescara, 16/06/2026
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Data: 18/07/2008
Testata giornalistica: Il Centro
LA TRUFFA DELLA SANITA' IN ABRUZZO - Del Turco: se c'è responsabilità è personale. La lettera di dimissioni e la sfida ai pm a trovare tangenti nei suoi conti bancari

Ma Trifuoggi dice no alla libertà per il presidente della giunta «Può ricommettere gli stessi reati»

PESCARA. Ottaviano Del Turco getta la spugna alle 11 di ieri. Si dimette dalla carica di presidente della giunta regionale. «Un'accusa così grave e particolarmente pesante non mi avrebbe lasciato altra scelta se non le dimissioni dall'incarico che ho ricevuto dal voto degli abruzzesi». Sono 17 righe. Scritte su un foglio bianco un quarto d'ora prima dell'interrogatorio. Del Turco mostra la lettera al procuratore, Nicola Trifuoggi, senza dargliene copia e la consegna nella mani del suo avvocato Milia. «Portala al presidente, Roselli».
Dice così al difensore. Poi si siede davanti al giudice Maria Michela Di Fine e ai pubblici ministeri del pool di «sanitopoli». Ma non si sottopone all'interrogatorio. Fa solo dichiarazioni spontanee, Del Turco, «perché non ha avuto il tempo di incontrare il proprio avvocato», che però ieri è arrivato un'ora e mezza prima in carcere.
PARLA DEL TURCO. Nome: «Ottaviano Del Turco». Professione: «Presidente della Regione». Titolo di studio: «Terza media». Il verbale comincia così. Ma Del Turco non pronuncia mai il nome e il cognome del grande accusatore: Vincenzo Angelini. Né si indigna contro il re delle cliniche che l'accusa di avergli estorto in meno di due anni tangenti per 5,8 milioni di euro. Che si fa scattare fotografie dal fedele autista mentre, dice lui, porta mazzette a Collelongo.
Tangenti nascoste tra le mele o nelle grandi tasche di un «giaccone da dazione», come svela Angelini a Trifuoggi nel settimo e ultimo interrogatorio-bomba del 29 giugno scorso. Ma Del Turco non spende una sola frase per difendersi e per dire se queste sono o no rivelazioni false e infamanti. La sua è una difesa solo politica, commenta l'accusa.
ENTRA TESO. Sembra molto teso, il presidente della Regione, quando comincia a parlare nella stanza degli interrogatori del supercarcere di Sulmona e guarda l'orologio. Sono le 11,05.
Dice che nel 2001 il governo Berlusconi spezzò le gambe all'Abruzzo tagliando i fondi per la sanità. Scarica le colpe dello sfascio sulla precedente giunta Pace; sostiene di aver ereditato una situazione catastrofica della sanità che però stava cercando di rimettere in sesto. Quindi invita i giudici a leggere uno studio della Cattolica di Milano da cui risulta che, prima della sua cura contro i buchi della sanità, cioè prima del 2005, c'erano in Abruzzo «più pazzi ricoverati nelle cliniche private che gente sana fuori».
Anche se due giorni fa, dopo la terza notte in cella, ha annunciato che porterà fiori sulla tomba di Craxi ad Hammamet, Del Turco, davanti ai giudici, non fa la vittima né il martire socialista. Solo alla fine sfiora l'inchiesta. E ricorda Craxi perché pare sfidare i magistrati - che non hanno trovato tracce delle mazzette che Angelini sostiene di aver consegnato in quantità industriali - quando consiglia loro di «verificare i movimenti di denaro nei miei conti correnti da quando sono presidente della Regione. E con questo ho finito le mie dichiarazioni».
ADDIO AL SUD DAKOTA. Tutto si consuma in 13 minuti. A microfoni spenti, Del Turco, che adesso sembra molto più rilassato di prima, dà ancora uno sguardo all'orologio, si volta verso i giudici ed esclama: «Peccato perché nei prossimi giorni avrei dovuto firmare un importante contratto nel Sud Dakota. L'Abruzzo dovrà farne a meno».
I giudici restano di stucco. Neppure una parola contro le accuse pesantissime del re di Villa Pini che parla di 19 viaggi a Collelongo per portare mazzette al presidente Del Turco. Anzi, ex presidente.
E NIENTE LIBERTÀ. I giudici restano delusi. Così la lettera di dimissioni, che doveva servire per spalancare a Del Turco le porte del supercarcere o, quanto meno, per farlo tornare a casa agli arresti domiciliari, non sortisce effetto.
Per Del Turco l'isolamento è finito ma il procuratore Trifuoggi e i sostituti, Giuseppe Bellelli e Giampiero Di Florio, dicono subito no alla scarcerazione perché «le dimissioni non escludono il pericolo che si ripetano reati dello stesso tipo».
MI DIMETTO. «Signor presidente, avevo già detto in più occasioni che un'accusa così grave e particolarmente pesante non mi avrebbe lasciato altra scelta se non le dimissioni dall'incarico che ho ricevuto dal voto degli abruzzesi», scrive Del Turco a Marino Roselli, «ciò mi consente di potermi difendere con tutte le mie buone ragioni senza trascinare l'istituto della Regione in una vertenza giudiziaria nella quale se ci sono responsabilità esse sono personali e non collettive...».
Le lettera viene affidata all'avvocato Giuliano Milia che, alle 13,30, la consegna a Pescara nelle mani del presidente del Consiglio regionale Roselli. Questi, a sua volta, la fa leggere a Luciano D'Alfonso, segretario regionale del Pd, e poi convoca per le 19,30 la conferenza dei capigruppo dove la lettera diventa una sorta di volantino. Ma Del Turco scrive anche un'altra lettera,
«CARO VELTRONI». «Essendo membro della direzione del Partito democratico e non volendo in nessun modo che la vicenda giudiziaria che mi riguarda abbia ricadute spiacevoli sull'immagine del partito, ti annuncio la mia decisione di autosospendermi», firmato: Ottaviano Del Turco. Ma per i magistrati, neppure quest'altra lettera ha valore: l'ex presidente deve restare in cella. Il perché è scritto nell'ultima, implacabile pagina dell'ordine di custodia firmato dal giudice per le indagini preliminari.
NON BASTA DIMETTERSI. «L'estrema gravità dei fatti contestati a Del Turco, Quarta, Cesarone e Boschetti e la loro sistematica reiterazione nel tempo», scrive il gip Di Fine, «denota un profilo delinquenziale non comune che lascia ritenere pressoché certa, indipendentemente da dimissioni dai rispettivi incarichi pubblici, la reiterazione dei medesimi reati per i quali si procede».
Si rende conto il figlio, Guido Del Turco, giornalista del Tg5, che il papà Ottaviano per ora non torna a casa. Lo capisce alle 16,30 di ieri quando si presenta in tribunale a Pescara e chiede al gip Di Fine il permesso di incontrare il padre. E il giudice l'autorizza ad entrare nel supercarcere di Sulmona.

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