Roselli: il Consiglio è indenne Melilla: uno dei momenti più tristi della storia dell'Abruzzo
PESCARA. «Dove andiamo? Molti di noi devono già partecipare a cene elettorali». Alle 20.30 terminata la Conferenza dei capigruppo, i consiglieri regionali del centrodestra sciamano via galvanizzati. «Non perdiamo tempo», dicono, «le elezioni devono tenersi a novembre». Il centrosinistra, invece, invoca prudenza: «Attenzione, martedì l'Abruzzo rischia il commissariamento della sanità e nuove tasse. C'è la finanziaria e i tagli». I capigruppo, iniziano la riunione, auspicando la «massima coesione» e ne escono con la «massima divisione».
Al primo piano di Viale Bovio nella sala gialla ci sono tutti. Il primo ad arrivare è il presidente del Consiglio regionale Marino Roselli, l'ultimo Camillo D'Alessandro. Attorno al tavolo ovale i consiglieri Pisegna Orlando, Maria Rosaria La Morgia, Stefania Misticoni, Daniela Santroni Stefania Misticoni, Daniela Stati. Unica con un filo di eleganza in tailleur color avion èLa Morgia, mentre la Stati sfoggia un maxi corno turchese. Tra i consiglieri: Gianni Melilla, Liberato Aceto, Antonio Verini, Angelo Di Paolo. Mario Amicone eccede con Lacoste rosa e cinghia panterata. Il giro di tavolo continua con:Bruno Sabatini, Massimo Desiati, Bruno Mario Di Paolo, Nazario Pagano, Alfredo Castiglione, Giorgio De Matteis, Giuseppe Tagliente, Maurizio Teodoro, Antonio Macera, Angelo Orlando. Assente il capogruppo dell'Italia dei Valori, Paolo Palomba o, come candidamente dice qualcuno,: «se c'era non ce ne siamo accorti».
La pattuglia dei Consiglieri alle 19.30 inizia il dibattito sul cosa fare, ai verbali due funzionari: Dezio e Centofanti. Le porte si chiudono. Si prova a leggere, a stento, la lettera di dimissioni che il presidente Ottaviano Turco ha inviato al presidente del Consiglio regionale, Roselli. La lettera come ricordo per tutti viene fotocopiata e distribuita. Roselli rincuora: «Se ci sono responsabilità sono di natura personale e non collettive», poi concede a Del Turco l'onore delle armi: «Ha la necessità di chiarire la sua posizione senza trascinare l'Istituzione della Regione Abruzzo». Fine del capitolo Ottaviano. Se ne inizia un altro: «Che fare?». Su questo la confusione regna. Le teorie si confrontano: poteri, date, ruoli. Fuori lungo il corridoio i gruppetti di consiglieri mettono a punto i prossimi incontri elettorali. Alle 19.50 arriva un operatore Rai per la ripresa di «scena», i gruppetti si sciolgono e si rientra in sala. La discussione continua ma l'attenzione è altrove. La legge elettorale regionale, infatti, rimarrà quella vecchia. Melilla (Sd) commenta: «E' uno dei momenti più tristi della storia della Regione e nel contempo penso che ci siano le risorse le forze per rialzare la testa».
Tra tante brutte notizie ce n'è una buona: «Il tanto odiato listino di maggioranza resta», si ricorda con soddisfazione bipartizan. All'incontro ci sono anche: Massimo Desiati, e Bruno Sabatini, ex assesori del centrodestra rientrati in gioco. Desiati ribadisce: «al voto subito, al massimo novembre». Lo sostiene il capogruppo di Forza Italia, Pagano: «Il presidente vicario Paolini non attenda 90 giorni, dica subito quando votare». Il centrodestra pensa a un blitz. Ma affiorano anche i dubbi. «L'opinione pubblica è così avvelenata che se ci presentiamo a novembre rischiamo di prendere tutti una batosta». Un consigliere del centrosinistra è d'accordo: «Prima di fare scelte imprudenti dobbiamo almeno sapere i confini dentro i quali possiamo muoverci».
L'Italia dei Valori con il deputato Carlo Costantini, sentito a distanza, non ha dubbi: «E' giusto che la parola torni subito agli elettori». Le divisioni tra centrodestra e centrosinistra si placano solo su una questione: le critiche al presidente vicario Enrico Paolini, «combina pasticci è meglio che stia fermo». Alcuni consiglieri regionali, fanno inoltre rilevare che i guai li ha combinati il presidente Del Turco e una parte della giunta, ma loro i Consiglieri ne sono usciti indenni. E giacchè c'è aria di distinguo tra Esecutivo e Assemblea, si osserva che è parso non proprio intonato, il passaggio del procuratore della Repubblica, Trifuoggi quando ha sottolineato: che Giunta e Consiglio stavano per prendere decisioni che avrebbero «seppellito la sanità». «In consiglio non c'era nulla da decidere sulla sanità. Anzi, le uniche cose da dover valutare erano quelle imposte dal governo, ossia i tagli».