ROMA - «Una nave senza rotta», una società «oggettivamente lontana da essere normale», una realtà «fuori controllo». È questo il quadro dell'Anas tracciato da Claudio Artusi, che da ieri è ufficialmente l'ex direttore generale della società, essendosi dimesso «né per stanchezza, né per polemica» ma per «consapevolezza di una situazione d'importante gravità». In un contesto in cui la «meritocrazia» non esiste (ma le consulenze sì), dove i bilanci sono «difficili da leggere», il direttore generale confessa di essersi dovuto affidare alla «moral suasion» per poter operare. Ingegner Artusi, Anas chiude i cantieri e lei lascia.
«Non lascio certo per questo. Anzi la situazione attuale rende più cogente la decisione. Non ho neppure un'opportunità migliore. È che sono sempre stato il primo della classe: voglio risultati. E portarli qui è improbabile, casuale».
Quali sono i problemi?
«Anas è oggettivamente lontana dall'essere una società normale. Per fare un esempio, è difficile oggi avere dati univoci che siano riconosciuti da tutta l'azienda».
E come si va avanti?
«Si va avanti, ma servirebbe un controllo dei processi strategici e operativi in modo da assegnare compiti univoci alle persone. E le risorse umane, che sono anche pregiate, andrebbero gestite con un criterio meritocratico. Quanto all'assegnazione degli incarichi esterni in particolare consulenziali, servirebbe una chiara policy . Invece Anas appare spesso sotto scacco da più parti».
Che vuol dire?
«Che una situazione non sotto controllo rende difficile dire di quali consulenze ci sia bisogno e quale sia il quadro complessivo. E parliamo di cifre importanti. Abbiamo approvato una nuova procedura per migliorare. Ma più in generale all'azienda serve un cambiamento culturale perché c'è forte permeabilità a influenze esterne».
E intanto la società nel 2005 perde quasi 500 milioni.
«Il bilancio del 2005 paradossalmente è positivo perché è il risultato di un'operazione di chiarezza: non è stato facile arrivarci».
Vuol dire che i precedenti non rispondono al vero?
«No. Dico che era difficile, anche volendo, rappresentare una serie di fenomeni non pienamente sotto controllo. Ora stiamo facendo una marcia di avvicinamento al reale. Ma ancora non esiste una gestione per commesse. Ed è difficile sapere quali esborsi di cassa servano, non diciamo nel 2008, ma a settembre prossimo».
Ma queste cose non si potevano denunciare prima?
«Io sono arrivato a novembre scorso. Ho impiegato tre mesi per capire. Poi siamo entrati in una fase di campagna elettorale: è mancato l'interlocutore».
Di chi sono le responsabilità?
«La mia critica riguarda il sistema Anas: la trasformazione in spa non si è mai compiuta nella sua interezza. La presidenza attuale ha cercato di portare avanti alcune cose ma è mancato, nel periodo di mia gestione, un rapporto chiaro con l'azionista. Si andava avanti per relazioncine».
Cosa si dovrebbe fare?
«Ci vuole un rapporto chiaro, leale, di forte contiguità tra Anas e i ministeri di riferimento: Economia e Infrastrutture. E poi all'interno serve una leadership molto autorevole, indipendente e soprattutto con un rapporto fiduciario fortissimo con l'azionista che deve conferirgli pieni poteri.
Se il nuovo governo le chiedesse di restare?
«Me lo ha già chiesto l'azienda. Ma il mio passo indietro è un atto di rispetto nei confronti del nuovo governo. Voglio dare una scossa all'Anas. Se il governo ritiene che la strada sia questa, sono a disposizione».